Nota redazionale.
L’intervista che segue desidera essere -fin da quando è stata voluta- una breve relazione su come un autore pensa, scrive e produce il suo primo film, così da fornire ai giovani appassionati di cinema e non una testimonianza su chi è riuscito in un’impresa non certo facile. A tal proposito con alcuni dei ragazzi di Lab. Cine. Regalbuto* si è convenuto dunque incontrare Antonio Piazza, co-autore, con Fabio Grassadonia, di “Salvo”, pellicola presentata con successo alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2013, per fornirci anche di un’esperienza più “vicina”, essendo loro, come noi, nati e cresciuti in un contesto periferico, cinematograficamente, come quello siciliano.
Contattato tramite web e spiegatogli le mie esigenze, Antonio Piazza ha prontamente accettato ad incontrami. L’incontro si è svolto alcune settimane dopo in un’unica lunga videochiamata dove in semplicità Antonio ha pazientemente risposto ad ogni mio dubbio, anche il più avventato. Qualche giorno dopo, a freddo, ho riscritto gli appunti cercando di riportare tutto ciò che ritenevo potesse aiutare le nostre intenzioni iniziali, quindi, integrando, alle domande e alle risposte, delle brevi riflessioni sul film stesso, per ricordare a quanti lo avessero già visto immagini e suoni, nonché costringere chi non lo avesse ancora fatto, considerati gli intenti annunciati, a vedere Salvo, e ricavarne una lettura più esaustiva.
Riorganizzato il tutto per punti e temi e distribuitolo nelle tre note fasi di realizzazione di un film, il testo, così sistemato, è stato poi sottoposto ad Antonio Piazza per le necessarie e importanti integrazioni finali, quindi rivisto con l’aiuto di Cristina Roccella** e infine pubblicato.
Chiudo augurandomi che questa introduzione torni utile ai giovani collaboratori di Holden Magazine nel pensare, cercare e comporre, un incontro a loro necessario.

*progetto socioculturale nato a Regalbuto (En) nel 2010.
** collaboratrice in Holden Magazine

3tm, Agosto ’14, HM

Uno: background.

Schermo nero. Una tenda di plastica blu. Rumori metallici. Un risveglio. Poi in auto, all’alba. Radio. Strada. “Siamo” immediatamente lui, il killer, un uomo sui 35 anni, siamo i suoi occhi e insieme lo sguardo della macchina da presa. Un’attesa, lo sguardo del killer fisso sullo specchietto retrovisore di un’Alfa Romeo bianca. Arriva una moto. Spari. L’Inseguimento.
I primi minuti della pellicola sono magnetici e non si può fare a meno di fissare lo schermo. Non sembra cinema italiano, almeno non di questi nostri tempi. L’impianto creativo è fin troppo diverso, coraggioso. Sembra l’incipt di un film coreano, o forse giapponese… e invece no, è tutto pensato e girato a Palermo, e non te lo aspetti.

Antonio, qual è la tua formazione?
Sono palermitano e a Palermo ho studiato Giurisprudenza. Nel 1990 avevo vent’anni e iniziai a impegnarmi in alcune associazioni politiche legate a quella che si chiamava “Primavera di Palermo”, iniziando anche a lavorare come giornalista presso alcune testate locali e alla storica TeleRegione, ai tempi molto impegnata sui temi dell’anti-mafia. Nel 1996 mi trasferii a Torino, alla Scuola Holden, per frequentare il Master biennale in Tecniche della Narrazione. L’intento iniziale era quello di approfondire gli studi di giornalismo. Comunque fin da allora mi divertiva l’idea di scrivere e raccontare storie. Fu alla Scuola Holden che incontrai Fabio Grassadonia. Fabio era arrivato due anni prima, sempre da Palermo, dove si era laureato in Lettere, e si era fermato a Torino per lavorare come insegnante, anche presso la stessa Holden. Ci conoscemmo, capimmo d’avere interessi vicini, insieme decidemmo di diventare sceneggiatori.

Ci spieghi meglio come funziona la Scuola Holden? Tra di noi ci sono molti appassionati di cinema e alcuni di loro sognano di farne un mestiere. So che recentemente si è ampliata, anche con l’ingresso di nuovi soci. Ah, ti faccio notare che anche il nostro piccolo magazine porta il cognome del protagonista del romanzo di Salinger.

Sì, ho notato… una curiosa coincidenza. Holden mi ha portato fortuna, ne porterà anche per voi (sorride ndr). Beh. La Scuola Hoden di Torino adesso è diventata per dimensioni e importanza la più importante scuola di narrazione in Italia, con una nuova sede, Caserma Cavalli, uno storico complesso ottocentesco che oggi occupa circa cinquemila metri quadri. Ai nostri tempi al Master in Tecniche della Narrazione, quello conseguito da me e da Fabio Grassadonia, venivano ammessi circa 30 allievi ogni anno, adesso più di cento. Oltre ai corsi legati di Sceneggiatura, Racconto e Romanzo o Giornalismo, adesso si studia anche Regia, c’è in genere molta più attenzione per lo studio della narrazione filmica, anche per via del gemellaggio con la London Film School. Ai giovani che vogliono studiare come funzionano i meccanismi della narrazione la Holden consente un percorso di studi approfondito. Sono attenti anche alle nuove forme di narrazione sul web o alle serie televisive, un percorso aperto al contesto esterno del mondo dell’editoria o della produzione cinematografica per esempio, permettendo quindi agli allievi di venire in contatto diretto con registi, scrittori, giornalisti che hanno fatto della narrazione il loro lavoro. Per altro, la Scuola Holden è stata e continua a essere un posto d’elezione per i molti siciliani interessati al cinema o alla scrittura in generale, ci siamo passati in tanti provenienti dalla Sicilia, quindi chissà… forse interesserà anche i giovanissimi di Cineterra, Lab Cinematografia e Holden Magazine di cui mi hai raccontato. Certo, per frequentarla oggi è necessario conoscere l’inglese, ma questo non deve demotivare, anzi! Imparare l’inglese è determinante non solo per la Holden ovviamente, è indispensabile per chiunque voglia cimentarsi in un contesto più largo di quello italiano, a volte davvero troppo chiuso e asfittico.

Tornando al vostro percorso: quindi è già alla Holden che tu e Fabio Grassadonia cominciate a lavorare insieme?
Sì. Fu lì che decidemmo di scrivere insieme per il cinema. E ci trasferimmo poi a Roma, per frequentare un corso di specializzazione in sceneggiatura promosso dalla RAI e da Dino Audino Editore (casa editrice di manuali di Cinema, Scrittura, Teatro e altre discipline artistiche, ndr). Eravamo molto giovani e convinti di poter cambiare se non il mondo almeno la fiction televisiva italiana, con le belle storie che avevamo in testa… Col tempo capimmo che era difficile, se non impossibile: il mercato, nella maggior parte dei casi, imponeva, o meglio dire, impone, rigidi paletti nella creazione e nello sviluppo dei progetti per le reti generaliste. Mentre le serie televisive americane, inglesi, danesi col tempo diventano luoghi di eccellenza, sperimentazione e novità, quelle italiane dei canali generalisti si rifugiano sempre più in narrazioni convenzionali. Ben presto le nostre speranze iniziali andarono smarrite. Il bilancio dei nostri primi anni di lavoro era a nostro giudizio negativo. Non eravamo particolarmente felici del risultato artistico dei progetti a cui avevamo contribuito da sceneggiatori. D’altra parte, in quegli stessi anni cominciamo anche il nostro lavoro come consulenti per lo sviluppo dei copioni, script editor, collaborando con alcune case di produzione cinematografa quali Filmauro e Fandango. Ancora adesso, come free lance soprattutto all’estero, prosegue la nostra attività di consulenza, da script editor, esperienze in qualche caso molto gratificanti.

E l’idea Salvo quando arriva?
Nel 2008… insoddisfatti di tutto il resto decidemmo di fermarci e riflettere… sui motivi che ci avevano spinto a lasciare la Sicilia, sui sacrifici che avevamo fatto e su quelli che avevano fatto le nostre famiglie per farci studiare. Volevamo tornare al nostro sogno iniziale, raccontare una storia, una storia che fosse davvero nostra. La scrittura di Salvo era in qualche modo “necessaria”, per ritrovare il senso del nostro lavoro, delle scelte fatte.

Sembra un viaggio a tappe in cui alla fine tutto diviene sintesi delle vostre esperienze.
In un certo senso sì… Alcune scelte si legano tra loro. Dicevamo prima dell’inglese… dell’importanza di studiarlo. Ti dà una chiave d’accesso, riesci a dialogare con i colleghi europei, con i produttori stranieri, con chi magari vorrebbe aiutarti. Nel caso di Salvo è andata esattamente così. Subito decidemmo di sviluppare il copione di Salvo in un contesto più largo, partecipando ad alcuni laboratori internazionali. Si tratta di laboratori che aiutano i giovani cineasti a sviluppare il copione, a conoscere e entrare in contatto con le realtà di produzione cinematografica indipendente più fertile. In qualche caso i laboratori partecipano o collaborano in varie forme anche alla costruzione finanziaria del film. Il copione di Salvo è stato sviluppato al Binger Film Lab, al Torino FilmLab, al Berlinale Talents, all’Atelier Premiers Plans di Angers. Tutte realtà molto interessanti, da tenere d’occhio, se sei un esordiente soprattutto e se hai voglia di metterti in discussione durante l’elaborazione del copione.

E in Italia nel 2008 il copione di Salvo viene premiato al Solinas…
Sì. Inviammo il copione proprio prima di trasferirci ad Amsterdam per circa un anno, al Binger Film Lab, di cui accennavo prima. E a novembre, se ricordo bene, ci richiamarono a Roma annunciandoci che saremmo stati premiati. Salvo prese la Menzione Speciale. Forse, a beneficio dei giovani della tua associazione, è bene ricordare che il Solinas è un premio per sceneggiature (ancora non prodotte), il più importante in Italia. Si concorre in forma anonima. Il premio, negli ultimi anni animato con passione inesauribile da Annamaria Granatello, è un’istituzione meritoria, che consente alle sceneggiature di autori, magari poco noti o sconosciuti, di essere scoperte e valorizzate. Per noi è stato l’inizio del percorso italiano del film, perché fu lì che incontrammo per la prima volta, dopo la premiazione, i futuri produttori italiani del film, Fabrizio Mosca e Massimo Cristaldi, che avevano scoperto il copione come membri della giuria.

Un percorso italiano che poi si è rivelato non certo facile…
Già, difficilissimo. Ma esordire con una non commedia, se sei sconosciuto, in Italia come altrove non è facile. Salvo è il risultato di una lunga e complessa gestazione creativa e produttiva, durata quasi 5 anni. Ne abbiamo parlato molto, anche perché alcuni aspetti controversi della storia produttiva del film colpirono l’attenzione della stampa al Festival di Cannes. A dispetto di tutte le difficoltà, comunque, quello che credo è che, se hai una bella storia da raccontare e se sei abbastanza ostinato da crederci, abbastanza coraggioso da metterti in gioco, alla fine ce la fai.

In questi 5 anni di cui parli però avete fatto anche un altro film, il cortometraggio Rita, girato a Palermo nell’estate del 2009. Un cortometraggio di grande successo internazionale, circa quaranta premi, più di cento festival…
Sì, Rita, il cortometraggio, ha perfino trovato distribuzione in sala, in Francia, in Russia e in vari paesi dell’Europa dell’Est, ed è stato venduto ad alcune televisioni, in primis alla franco-tedesca Arte, che lo aveva precedentemente anche premiato in un festival. Il corto è stata una tappa fondamentale, ha molto aiutato i produttori a reperire i finanziamenti per il lungometraggio. Per noi è stata l’occasione di mettere alla prova alcune idee di messiscena che avevamo già in mente per Salvo. Mi riferisco in particolare alla messinscena della cecità dal punto di vista di un personaggio non vedente, un punto di vista per definizione impossibile, paradossale. Questo ci ha portato a compiere alcune scelte, per esempio l’importanza dell’uso del sonoro, a cui diamo la stessa enfasi che diamo alle immagini, e dell’uso del fuoricampo, l’importanza cioè non solo di quello che vediamo ma anche di quello che non vediamo, che è fuori dall’inquadratura.

Due: scrittura e produzione.

Sono passati circa dieci minuti. Ci siamo allontanati, ma gli siamo ancora completamente addosso. Dietro. Sulle spalle. Ci portiamo dentro la casa di uno dei mandanti, del nostro – appena sventato – assassinio e, cut dopo cut, arma in mano, il registro estetico e narrativo del film muta, si acquieta, e dalle dinamiche gangsteriane ci spostiamo verso il Noir. La pressione psicologica aumenta, in soggettiva, ancora di più, il respiro del nostro alter ego, il sudore, passo dopo passo, alla ricerca di chi ci vuole male. E invece ecco una ragazza: non lo sappiamo ancora, ma sarà la nostra immagine gemella. I nostri occhi sui suoi, e i suoi, vuoti, nel vuoto. Il silenzio, l’attesa, lunga, e il registro stilistico del film sfuma nel thriller: urla laceranti e lacerate, qualcuno è morto ancora, qualcuno che sta a cuore alla ragazza perché i suoi occhi, le sue mani, ci stanno toccando, piangono, capiscono che la persona che non doveva non c’è più. Un fascio di luce la abbaglia, donna, bambina, indifesa; non le era mai successo, adesso vede: la prima immagine, sfocata, aliena, è l’uomo chi ha condotto a lei, uno sconosciuto.
Mezz’ora dopo il film continua ad esprimere un rigore estetico e un coraggio nella narrazione rintracciabile solo in certo cinema d’essai oppure in certi cortometraggi e film sperimentali dimenticati o mai conosciuti dal grande o medio pubblico dove l’autore può permettersi quegli azzardi che in gran parte del cinema occidentale, causa appiattimento pubblico/produttori, è sempre più raro.

Mentre lavoravate alla scrittura della prima mezz’ora del film vi ha spaventato il fatto di non “rispettare” lo spettatore medio né quindi produttori e distributori di certo cinema commerciale?
No, perché al contrario ci sembrava di rispettare lo spettatore. A volte in Italia ti chiedono di scrivere per un pubblico che devi immaginare più stupido di te… molta produzione televisiva recente si basa implicitamente su questo principio, che Fabio ed io rifiutiamo in toto. Noi vogliamo scrivere per un pubblico migliore di noi, più intelligente di noi. Il rapporto tra il film è lo spettatore lo immaginiamo attivo, aperto, non pigro. Charles Laughton una volta, per il suo meraviglioso film da regista La morte corre sul fiume, disse una cosa che ci diverte e in cui un po’ ci riconosciamo: “quando una volta andavo al cinema, gli spettatori stavano seduti ai loro posti e fissavano lo schermo, dritto davanti a loro. Oggi constato che il più delle volte hanno la testa piegata all’indietro, per poter meglio ingoiare popcorn e dolcetti. Vorrei fare in modo che riacquistassero la posizione verticale”. Anche noi vorremmo che il pubblico ritrovasse la posizione verticale. Certo, come dici giustamente, qualche distributore si è spaventato. Siamo arrivati a Cannes senza un distributore italiano. Solo dopo i premi, accompagnati anche dal sostegno della stampa, il film è uscito in sala, anche se a fine giugno. Ma la storia di Salvo è a lieto fine. Ci è andata bene. Il film è adesso distribuito in circa una ventina di paesi. Il 22 agosto scorso è uscito a New York. Ci sono film italiani molto belli che stentano ad arrivare in sala. Penso alle fatiche di Salvatore Mereu, per farti un esempio, con il suo Bellas Mariposas, che pure è un film divertente, ricco, vivace, godibilissimo, non difficile. C’è qualcosa nel rapporto tra produzione e distribuzione da rivedere.

Forse non c’è più il pubblico per il cinema indipendente …
… lunghi processi socio-culturali, frutto a volte di precise scelte politiche. Il pubblico si costruisce e si distrugge. Nel nostro paese abbiamo in un certo senso distrutto il pubblico per le nostre stesse pellicole, pur arrivando da un passato glorioso di forti successi artistici e commerciali. In altri paesi, inevitabilmente bisogna citare la Francia, la distribuzione indipendente è ancora forte. I film “piccoli” riescono a raggiungere anche le sale di provincia (che resistono, si ammodernano e non chiudono). Il pubblico è abituato a un’offerta che non comprende solo i blockbuster americani e le commedie. E questo aiuta il cinema a sperimentarsi in linguaggi lontani dai soliti cliché. In Italia la responsabilità tuttavia non è solo politica, ma anche dei troppi autori e produttori che per anni hanno approfittato, in buona o cattiva fede, dei finanziamenti pubblici per produrre film di scarso valore, che hanno alla lunga purtroppo indotto nel pubblico l’equazione film italiano = noia assicurata. Ancora adesso, a volte sembra che non si vada in cerca di belle storie, di personaggi forti, ma ci si compiaccia di indulgere in un cinema salottiero, di personaggi piccoli piccoli, un cinema ripiegato su se stesso, miope, falsamente edificante, romano-centrico, nostalgico e in definitiva triste e inane. Così facendo si crea un circolo vizioso dal quale è difficile uscire. Eppure qualcuno ci riesce. Una strada può essere per esempio quella di ritornare a usare i generi, di cui un tempo eravamo maestri nel mondo con gli horror, gli spaghetti western, i film di gangster, i polizieschi…

Considerato il rigore estetico della prima mezz’ora e in generale del film penso abbiate usato uno storyboard, giusto?
Per nostra natura siamo preparatori meticolosi, non amiamo l’improvvisazione. Ma non avevamo un storyboard, avevamo una shooting list (vale a dire una lista dettagliata di inquadrature) molta ragionata e ovviamente scritta e condivisa via via con i nostri collaboratori sul set. E per quanto riguarda la parte di film a cui ti riferisci avevamo fatto delle lunghe prove sia con gli attori sia con il direttore della fotografia direttamente in location, così da non avere sorprese durante le riprese. Solo per la scena d’azione dell’agguato iniziale avevamo preparato anche uno storyboard.

Sul web si legge circa un milione di euro di budget, quali sono state le voci di bilancio che più hanno gravato in termini di spesa?
Considerando che gran parte del cast tecnico e artistico ha lavorato accettando compensi ridotti o rinunciando al proprio compenso, come nel caso di Luigi Lo Cascio, la cui partecipazione al film è a titolo amichevole, la maggior parte delle risorse finanziarie reperite sono state impiegate nella messa in scena vera e propria, cioè nella produzione del film, e per la postproduzione.

Tre: distribuzione e nuovi progetti.


Salvo, ha detto di chiamarsi così il sicario dal quale non ci siamo staccati finora; strade di periferia, vecchi avamposti, vuoti, lacerati, come la cella in cui ha nascosto e protetto Rita, la ragazza dagli occhi spenti, ora vivi. Lo abbiamo visto sciogliersi, cambiare, trovare in lei un senso che non credeva potesse esistere e infine aspettare il perdono, un abbraccio. Lo abbiamo visto pagare il sacrificio che sapeva fin dall’inizio avrebbe pagato, e abbiamo visto lei come in una favola uscire da un pozzo oscuro per portarsi un ultima volta con lui di fronte al mare, all’alba di un nuovo giorno, di fronte quel mare che entrambi hanno sempre ascoltato ma mai prima di allora visto davvero.
Il film non farà sconti, continuerà a richiedere tutta l’attenzione di cui lo spettatore è capace. Alla quasi assenza di dialoghi, continueranno, destabilizzando e frammentando la visione, i cambi di registro filmici: ai già citati, seguiranno rimandi al melodramma, al poliziesco francese (J.P. Melville) e al film di genere italiano e giapponese (M. Bava – T. Kitano), brevissimi intermezzi vicini alla commedia sadica dei Fratelli Coen e un finale vicino all’orrore (Cinema Danese odierno) e alla favola nera (Cinema Tedesco).
A donare unicità alla narrazione, sarà invece il tessuto sonoro e fotografico: una canzone, il rumore del mare, il cigolio di un portone, il silenzio, lo sfiato di un condotto; lo sguardo dei protagonisti, le loro mani, la luce sempre ostacolata, filtrata, tagliante; Salvo che si spinge oltre un muro, Rita che lo graffia cercando di liberarsi; tutti dèja vu simbolici, ritornelli, sotto trame sensoriali, che completano un debutto coraggioso, inaspettato, difficilmente catalogabile, così diverso dal resto, da poter essere considerato per certi versi sovversivo, almeno in un paese rinunciatario come nostro paese, l’Italia..

Sempre fissi sull’asse narrativo Salvo-Rita, il film lavora in sottrazione, ma nel finale una concessione “romantica”: i protagonisti uniti, per un momento, come in una favola. Una concessione al pubblico? La scrittura è stata viziata da scelte legate alla distribuzione e vendita del film?
Assolutamente no. Per altro, non credo che il distributore del film sarebbe d’accordo con te, in termini di ciò che concediamo o non concediamo al pubblico nel finale. La parola che hai usato, sottrazione, è la parola chiave, lo è stata per noi sia nella scrittura del copione, sia nelle scelte di messinscena. La prima stesura del copione di Salvo era più “grassa”, piena di personaggi e situazioni… a volte sorridiamo al ricordo che nella prima stesura, per farti un esempio, il nostro killer solitario aveva un fratello… figura poi sparita insieme ad altri personaggi e situazioni nelle successive riscritture del copione. Anche nella messinscena abbiamo lavorato “in sottrazione”, sottraendo all’immagine, dando importanza anche a quello che non vediamo, come ti dicevo prima già a proposito del cortometraggio Rita e della rappresentazione della cecità.
Anche l’altra parola che hai usato, favola, era nei nostri intenti fin dall’inizio. Salvo è una favola nera, in un certo senso. E la scena finale è totalmente iscritta nel tono e nello stile del film, non fa eccezione a ciò che la precede. Salvo e Rita passano un breve momento davanti al mare, e questo momento sereno di pace vale per loro come passare insieme il resto della loro vita. Non è intenzionalmente romantico, è la naturale conclusione dell’arco narrativo e morale dei due personaggi.

E per quanto riguarda il vostro successivo film, il successo di Salvo vi garantirà una ricerca fondi più tranquilla?
La ricerca dei fondi per il nostro prossimo film… Be’, è difficile pronunciarsi ora. Preferisco pensare a scrivere con Fabio un bel copione. Se ne saremo capaci, forse allora sì, i produttori riusciranno a reperire i fondi più facilmente di quanto è capitato con il nostro primo film. Si può legittimamente sperarlo… Ma, ripeto, quello che conta è immaginare una bella storia.

Dal cortometraggio Rita siete passati a Salvo, con forti elementi di continuità. Sta accadendo lo stesso con il vostro prossimo film? Potete anticiparci qualcosa
Salvo e il corto Rita nascono come un unicum, sono parte dello stesso progetto. Adesso dobbiamo “liberarcene” e raccontare altro. Di quella esperienza rimane la voglia di confrontarsi con in generi e con l’ambientazione siciliana. Ma non posso dire molto altro: si tratterà di una storia di fantasmi, una favola ambienta in Sicilia… spero basti.

Sì, può bastare, Antonio. Grazie davvero di tutto, grazie per il tempo concessoci e per la tua disponibilità nel metterti in gioco con tutta la nostra curiosità “da novizi”. Ti ringrazio quindi anche a nome di tutti i ragazzi di Cineterra, Holden Magazine e sopratutto Lab. Cinematografia. Salutaci Fabio, a presto.

Sarà fatto. Grazie, un saluto a tutti. A presto, magari direttamente lì a Regalbuto con voi. Ciao!