La seconda metà di settembre Berlino ha ospitato il Festival della letteratura internazionale. Avrei voluto partecipare approfittando dell’aggancio per entrare gratis, senza il quale avrei dovuto sborsare una bella cifra, e anche per fare qualche intervista a personaggi come Alessandro Sanna e Paolo Giordano. Chi? Beh, il primo non è di certo noto alle masse, ma vi assicuro è a mio avviso un grande illustratore di libri per bambini e non. Ha illustrato tra i tanti Gianni Rodari. Il secondo, come non conoscerlo? La solitudine dei numeri primi vi dice niente? Ecco. Indovinato. Lui invece sì che è conosciuto alle masse. E questo è tutto.

Ritornando a me. Avrei voluto partecipare, dicevo, ma i soliti problemi personali me lo hanno impedito. Tuttavia, come ogni qualvolta mi si presenta un problema, il da farsi è uno solo: tuffo nella lettura, in un altro mondo, il che quasi sempre mi dà una risposta. E quale migliora lettura, se non quella dei romanzi di Murakami mi permette di viaggiare letteralmente attraverso altri mondi? Il Giappone si sa è terra di miti e leggende di una fantasia e profondità fuori dalla norma occidentale. I romanzi di Murakami hanno un’aurea luminosa e particolare, difatti.

Haruki Murakami, classe 1949, è uno dei più grandi scrittori contemporanei e sta al premio Nobel per la letteratura come Leonardo Di Caprio agli Oscar. Ci è arrivato sempre molto vicino, ma da quattro anni, alla fine, glielo soffiano sempre. Come lo scorso anno, nuova candidatura, nuovo scacco matto. Questa volta è stata la canadese Alice Munro, di cui ho iniziato a leggere In fuga e che non sono riuscita a finire, 280 pagine, quattro racconti. Pensa te.

Mi è recentemente capitato di parlare dei romanzi di Murakami. Quasi tutte le persone che conosco si lamentano spesso della prolissità del caro Haruki. Certo quando si vedono i due tomi di 1Q84, passa la voglia di leggere anche a me, ma io lo conosco, l’ho già incontrato e non mi spaventa. E anche io comunque arrivata a pagina 350 non so spiegarmi come ci sono riuscita, come abbia letto così tanto e non sentirne il peso. Così per rassicurare un ragazzo con cui ho avuto una discussione sul tema, che non riusciva proprio a finire di leggere l’ennesima opera murakaniana e convincerlo a farlo ho detto che i suoi romanzi sono costruiti come seguendo il famoso gioco della valigia; sì, quello in cui inizi dicendo cosa metti nella tua valigia, ognuno dei partecipanti aggiunge qualcosa e alla fine ripeti ad ogni passaggio tutti gli oggetti, dal primo all’ultimo. A volte, leggendo mi capita di pensare: “Sì sì, questo l’ho già sentito, andiamo avanti, dài”, poi mi rendo conto che alla fine la notizia era più dettagliata e a volte anche semplificata e questo mi aiuta di certo a sopportare e ricordare la grande mole di informazioni che Murakami mi fornisce.

Ora, ovviamente, il rispettabilissimo scrittore giapponese divide le masse in Murakami pro Nobel e Murakami assolutamente-no Nobel. Le ragioni dei contro sono che in lui si ripetono molte cose, non solo i dettagli. I gatti sono onnipresenti, vecchia musica jazz, cucina, sesso, triangoli amorosi, strani fetish, nomi mai sentiti. Un illustratore del “New York times”, Grant Snider, gli ha addirittura dedicato una vignetta, riassumendo in venticinque quadri, le sue reiterazioni letterarie.

Ma, citando un mio caro amico che cita a sua volta una battuta del film Ragazzi fuori,venticinque temi “non sono tanti, ma non sono manco pochi”. Certo il caro Haruki ci ha visto lungo scrivendo il suo primo romanzo e non ha fatto altro che mettere in pratica e applicare alla lettera le vecchie e care regole del “come scrivere un romanzo pop”. E io dall’alto o dal basso della mia personale conoscenza letteraria (soprattutto contemporanea) non mi sento affatto di maledirlo per questo. Anzi, io l’ho apprezzo moltissimo e ne trarrei spunto. D’accordo ha dei temi ricorrenti e quale artista, musicista, scrittore non ha una firma, un marchio? Insomma una peculiarità stilistica? Molti pensano sia marketing e anche lì tanto di cappello. Siamo abituati a leggere così tante cose mal scritte e di cattivo gusto che quando incontriamo un grande narratore dobbiamo per forza tassargli ogni pagina. Murakami è un ottimo raccontatore, ha la capacità di agganciare il lettore, di confonderlo fino alla fine, di fargli produrre trecento teorie diverse su come possa andare a finire, o perlomeno è quello che succede a me.

Un altro tema ricorrente di Murakami è ad esempio la presenza di due mondi, come in La fine del mondo e il paese delle meraviglie (che annovero tra i miei romanzi preferiti di sempre). Ogni romanzo ha una presenza ambivalente, due strade che corrono inequivocabilmente parallele e che alla fine si incontrano sempre. Altra peculiarità che permette mille speculazioni. Ogni pagina si fa leggere e scorrere più che volentieri.

Io ho “gareggiato” con un’amica leggendo 1Q84 ed è stato molto stimolante. Non dico che sono arrivata a leggere di più a volte, perché non sopportavo l’idea che lei fosse più avanti e sapesse più di me, ma quasi. Abbiamo già stabilito che il prossimo sarà La ragazza dello Sputnik. E, giusto per chiarire, se ve lo stavate chiedendo, ha vinto lei.

Ad ogni modo il caro Haruki non ce l’ha fatta neanche stavolta a conquistare il nobel: a batterlo è stato Patrick Modiano conosciuto ai molti con Rue des boutiques obscures. La motivazione: «Per l’arte della memoria con la quale ha evocato i destini umani più inafferrabili e svelato la vita reale durante l’Occupazione». Questa volta nulla da eccepire con la scelta dell’Accademia Reale e una nuova occasione per conoscere un autore nuovo o rileggerlo nel caso in cui questa conoscenza non mancasse.

Vi auguro buona lettura, dunque.