Qualche tempo fa scrissi un breve articolo intitolato L’inutilità dell’utile – più che altro un modo per consolarmi del destino feroce a cui le lettere mi hanno condannato – e a quel tempo del saggio best seller di Nuccio Ordine, L’utilità dell’inutile (Bompiani, Milano 2013), conoscevo soltanto titolo, argomento e successo. L’unico commento pubblico che ricevette quell’articolo fu che le mie parole, in sostanza, erano trite e ritrite, superficiali e per questo non vere. A quanto pare nel XXI secolo sostenere che il dominio dell’utilitarismo sia un male per l’umanità è da don chisciotte narcisi che vivono di applausi senza muovere il culo dalla sedia. Mi sono chiesto allora quali potessero essere gli argomenti vincenti –che l’“inutile” sia ciò che di più prezioso abbiamo lo so per certo – e ho preso in mano il libro di Ordine pensando che la sua esperienza umana e teoretica avesse potuto illuminarmi. Così non è stato, se non per un paio di aneddoti favolosi di pensatori favolosi.

Ma non per l’argomentazione, che non esiste se non in quella stessa forma superficiale che si può trovare anche nel mio articolo. In definitiva è così, L’inutilità dell’utile racconta, in estrema sintesi e sicuramente con meno accortezza, lo stesso che racconta L’utilità dell’inutile. E quali sono queste argomentazioni superficiali, direi addirittura auto-evidenti? Una, la più derisa dai sudditi dell’utilitarismo dei nostri giorni, è questa: «[I saperi disinteressati] possono avere un ruolo fondamentale nella coltivazione dello spirito e nella crescita civile e culturale dell’umanità» (p. 7), o per dirla con Bataille: «[…] i comportamenti utili [sono], in se stessi, senza valore: solo i nostri “comportamenti gloriosi” determinano la vita umana e le assegnano un valore» (p. 130). E dobbiamo stare attenti, perché l’umanità può crescere ma anche appassire: «Se lasceremo morire il gratuito, se rinunceremo alla forza generatrice dell’inutile, se ascolteremo unicamente questo mortifero canto delle sirene che ci spinge a rincorrere il guadagno, saremo solo in grado di produrre una collettività malata e smemorata che, smarrita, finirà per perdere il senso di se stessa e della vita» (p. 31). Non mi lamento, è tutto vero. Non c’è niente di più profondo che la superficie che reclama esistenza e dignità. Nuccio Ordine chiama in causa tutti i più grandi, per definizione difensori della categoria dell’inutile che rappresentano; mette sotto accusa il sistema dell’università-azienda e degli studenti-clienti; infine fa emergere il valore immenso dei classici, che come diceva Calvino è sicuramente meglio leggere che non leggere.

Ma veniamo alle citazioni e agli aneddoti favolosi, che a volte possono valere un libro intero: Théophile Gautier, sdegnato, diceva che «veramente bello è soltanto ciò che non può servire a nulla; tutto ciò che è utile è brutto, perché è l’espressione di un determinato bisogno, e i bisogni sono ignobili e disgustosi, come la sua povera e inferma natura. Il luogo più utile di una casa è il cesso» (p. 83); Cioran, invece, in Squartamento racconta che «mentre gli preparavano la cicuta, Socrate si esercitava sul flauto per imparare un’aria. E alla domanda “A cosa ti servirà?”, il filosofo impassibile risponde: “A sapere quest’aria prima di morire”» (p. 106); ed Euclide «per rispondere all’interrogativo di un suo allievo – che, appena imparato un primo teorema, gli chiese “Ma cosa ne ricaverò” – […] fece venire uno schiavo e gli ordinò di dare una monetina allo studente “poiché [costui] ha bisogno di ricavare qualcosa da ciò che impara”» (p. 152). Ma la citazione più bella, ai miei occhi, è quella di Kakuzo Okakura: «Nel descrivere il rituale del tè, aveva individuato nel piacere di raccogliere un fiore per regalarlo alla propria compagna il momento preciso in cui la specie umana si era elevata al di sopra degli animali: “Quando intuì l’uso che si poteva fare dell’inutile – spiega lo scrittore giapponese ne Lo Zen e la cerimonia del tè – l’uomo fece il suo ingresso nel regno dell’arte. In un sol colpo, un doppio lusso: il fiore (l’oggetto) e l’atto di raccoglierlo (il gesto) rappresentano entrambi l’inutile, mettendo in discussione il necessario e il profitto» (pp. 18-19).

Eccellenti argomentazioni sull’utilità dell’inutile vengono esposte nel saggio del 1939 (in appendice), L’utilità del sapere inutile, del pedagogo americano Abraham Flexner, il quale spiega, partendo dal presupposto che non ci si sia alcuna contrapposizione tra sapere umanistico e sapere scientifico, come è proprio dalle ricerche scientifiche teoriche ritenute più inutili che nella storia si è arrivati alle conquiste tecnologiche che oggi riteniamo utili, dall’elettricità alle telecomunicazioni.

Dunque, leggere il libro di Nuccio Ordine è di certo un’operazione inutile, nel senso che non vi farà guadagnare soldi, ma, se va bene, solo un po’ di senno. Io addirittura scrivo gratuitamente di un libro che parla della gratuità e del bene che ci fa, lo faccio per amore dell’inutile e soprattutto per amore di me stesso. Ma non vi spiego il motivo, perché è evidente.