Vito Cardaci Carrino è un filmaker indipendente e un appassionato di cinema e tecnologia. In passato ha lavorato nel campo della musica come compositore e autore collaborando con Gianni Bella, Marcella Bella, Gerardina Trovato. Tra i suoi precedenti lavori come regista e operatore video vi sono cortometraggi e documentari. L’albero di Giuda è il suo primo docufilm autoriale, che ha vinto il premio Vittorio De Seta al Bari Film Festival del 2014. Il film è interamente prodotto e realizzato da lui.


3tm: Vito noi ci si conosciamo bene, mettiamo quindi da parte formalità e presentazioni e spostiamoci direttamente sul tuo documentario: L’albero di Giuda.
Il film riflette su vicende molte diverse: il mancato Parco Tematico di Regalbuto, la questione Francis, lo “sbarco” di Grillo in Sicilia, la decadenza socioculturale del nostro paesino, della nostra isola… Quando hai capito che c’era un filo rosso capace di legare documenti filmici così distanti?

Vito Cardaci Carrino: Quando ho visto che alla base di tutto vi era il tradimento, qualcosa che non conosce confini e che in questo caso ha interessato le diverse vicende.
Avevo altro materiale da poter aggiungere al racconto; potevo “sconfinare” parlando diAgrodolce (fiction televisiva di RAI 3), un’altra di quelle porcherie perpetrate ai danni della Sicilia, ma alla fine ho lavorato di tagli, a volte drastici, come nel caso specifico facendo saltare l’intero capitolo. Non mi ero prefisso di fare un lungo, un medio o un cortometraggio; volevo raccontare una storia a modo mio… senza badare o tempi o altro.

Agrodolce fu la serie voluta da Minoli e della RAI. Allora si prometteva una Cinecittà in Sicilia, a Termini Imerese, se non sbaglio… Dobbiamo aspettarci anche un documentario su queste vicende?

Può darsi. Vedremo…

Torniamo a L’albero di Giuda: qui c’è anche la tua prova di doppiatore. La voce narrante e protagonista del film è tua. Quando ti è venuto in mente questo riuscitissimo azzardo?

Avevo pensato di far narrare la storia ad Enrico Guarneri, ovviamente non con la cadenza di Litterio, per intenderci, ma con la sua voce teatrale. Tuttavia, i numerosi impegni teatrali di Enrico avrebbero fatto slittare tutto e quindi mi sono cimentato anche nella parte del doppiatore dando la voce al carrubo. Non ero molto convinto all’inizio, ma poi mi sono affezionato a quella voce e ho deciso di lasciarla. Quella dell’ulivo, invece, è di Rosario Marco Amato.

Il montaggio del film è molto personale; sopratutto l’utilizzo delle musiche. Lontani dallo standard del docufilm italiano attuale, a tratti più vicini al servizio televisivo d’inchiesta (Santoro e simili), in altri frangenti al cinema d’azione americano commerciale (taglio della fotografia, colori, tempi di montaggio delle scene). Ne convieni o è solo una mia sensazione?

Sì! Ero ben cosciente di mettere in discussione lo standard del docufilm italiano tradizionale. A tratti servizio giornalistico di inchiesta evitando però di farlo; in altri, cinema d’azione americano; in altri ancora, cinema tradizionale con movimenti di macchina e composizione dell’immagine ricercata. In questo film ho messo insieme tutte le mie precedenti esperienze sia cinematografiche che musicali, ragion per cui, questo modo personale di raccontare per immagini ne risente e sono contento che passi questo messaggio.

Nel tuo film, il nostro paesino, e di riflesso la Sicilia, appaiono in uno stato di abbandono sociale, culturale e morale. Il nostro continua ad essere per la maggiore un popolo destinato a mendicare senza vergogna. Non pensi che sia un tema fin troppo usurato?

Trovo sia interessante scoprire come un albero possa divertirsi a raccontare la piccolezza degli umani che lo hanno piantato, facendoci poi notare in maniera disarmante come siamo proprio noi gli unici a vegetare in questa isola. Sì, il popolo siciliano è destinato a mendicare senza vergogna! Lo dimostra il fatto che ci siamo sempre svenduti in maniera vergognosa al miglior offerente politico, vedi in ultimo Grillo e il suo populismo, con la promessa dei 1000 euro al mese per non lavorare! I siciliani sono stati i primi a rispondere all’appello… Non c’è scampo.

L’albero di Giuda non rintraccia un colpevole, ma rappresenta tra tragicommedia e un certo cinismo rassegnato uno stato di cose che a quanto sembra non può non essere quello che è, che è stato e che continuerà ad essere. “La speranza in una terra come la nostra è dunque presunzione”…

Credo che L’albero di Giuda individui bene i colpevoli, sono certo che molti si vergogneranno e in silenzio ammetteranno la loro complicità diretta e indiretta.

A chi alludi? Scusa ma continuo a non capire chi sia colpevole in questa vicenda.

L’indifferenza dei politici.

Il tuo film è stato interamente realizzato da te. Ci stai suggerendo che non bisogna fare affidamento sulle strutture statali per ottenere finanziamenti? È questa la via che deve intraprendere il cinema? Indipendente a e spese proprie?

“Non c’è schiavitù migliore che essere prigionieri della speranza”: così dice il vecchio ulivo al suo dirimpettaio carrubo. Bisogna avere il coraggio di sognare attivamente invece di cullarsi nella speranza, di “cristiana memoria”, aggiungo io! In piccolo credo di aver dimostrato che si può: ho realizzato questo film in solitudine, senza finanziamenti pubblici, senza chiedere a film commission o enti preposti nemmeno un centesimo.
Bisogna affidarsi ai produttori e quando è possibile alle proprie forze.

Si nasce “Siciliani” nel senso di “cinico, vecchio e incazzato” che prospetta il tuo film e in generale tanto cinema e tanta letteratura isolana, o ci si diventa?

Sono entrambi modi legati al nostro essere e essere nati isolani. L’insularità nel caso di chi vive nell’entroterra siciliano si manifesta in maniera ancora più drammatica: chi non può affacciarsi e vedere il mare è ancora più introverso, più schivo, tende a tenere la fronte corrucciata e lo sguardo cattivo e disilluso allo stesso tempo.

Mentre registravi le immagini che poi sarebbero diventate l’albero di giuda, percepivi allora il vuoto e la menzogna politica che poi sarebbe stata?

Ero lì per raccontare, non percepivo, o meglio cercavo di carpire. C’erano veramente i presupposti che l’opera venisse realizzata, questo sì ho avuto modo di capirlo. Se ci pensi bene sarebbe stata una grande cosa, anche con il senno del poi. Per cui mi sono limitato a viverlo con molto distacco, come un sogno, con la stessa euforia di un bambino.

Riguardo la mancata realizzazione del parco tematico, nel tuo film, alcuni dei politici locali, allora tra i promotori, accennano a volontà politiche regionali e nazionali. “Il parco a Regalbuto dava fastidio a troppi interessi”, dicono. In paese si è parlato anche di strategie elettorali da parte del PD di Regalbuto e Provincia per cavalcare le amministrative e le provinciali del tempo in tutta tranquillità all’insegna del facile populismo. Quale è la tua idea al riguardo?

Tutti hanno cavalcato l’onda del parco tematico di Regalbuto, da destra a sinistra, sia a livello locale, provinciale e regionale. Il PD Regalbuto in quel periodo aveva solo la colpa di avere un suo sindaco, Nunzio Scornavacche, che si intestò il progetto e lo portò avanti con tutte le forze. Ma quelli erano anche i tempi del “modello Enna” quello di Crisafulli / Galvagno / Salerno. A quanto pare però, il loro potere contrattuale si dimostrò inconsistente.

Poi c’erano Cuffaro, Miccichè e Lombardo. È evidente che gli interessi di questi non erano certo Regalbuto e la provincia di Enna, basti solo notare come la Catania di Lombardo abbia avuto un incremento spaventoso di centri commerciali, ho perso il conto di quanti sono; invece Enna a malapena è riuscita ad aprire un Outlet “sfigato”… Quindi è chiaro che gli interessi economici e politici erano altri. E poi non dobbiamo dimenticare gli ostacoli che quel mostro a sette teste chiamato Regione Sicilia e il suo esercito di funzionari, burocrati e “mazzettari” ha sempre messo davanti ad ogni cosa che avesse la parvenza di sviluppo reale nella nostra terra.

Forse esageri? In fondo i centri commerciali nel catanese sono stati aperti con fondi privati e privata era la multinazionale dietro il Parco Tematico. Cosa c’entra la Regione Sicilia? Perché sarebbe interessata come dici tu e come dicono anche altri a non far crescere l’entroterra? Forse perché l’entroterra è in minoranza rispetto ad altre provincie? Quindi più popolazione, più favori, più voti, più tornaconto elettorale? Possibile?

Più che possibile, direi ovvio.

Capisco. Torniamo a Regalbuto e ai luoghi che hai filmato. Il paese e le sue strade. Il lago… I giovani e i vecchi, e la classica domanda: rimanere, partire per tornare o solo andata?

Ad una classica domanda, una classica risposta: partire, crescere e tornare.

E adesso chiudiamo parlando dell’importante riconoscimento ottenuto poche ora fa al Bari Film Fest: Il premio Vittorio De Seta. Iniziamo. Sei seduto in mezzo a tanti cineasti e non ti aspetti il tuo nome (o sì?). Poi tra i candidati al premio c’è anche il tuo e da lì a poco risulti essere il vincitore. A chi e/o cosa hai rivolto le tue prime emozioni?

Devo ammettere che qualcosa mi aspettavo perché durante la proiezione ho assistito ad una standing ovation alla quale hanno partecipato tutti i giurati. Non mi aspettavo di vincere, ma mi ero reso conto che il film non era passato inosservato; c’erano dei film molto validi in concorso e non sarebbe stato facile. I miei primi pensieri sono andati alla mia famiglia, alla quale ho dedicato la vittoria dal palco del Petruzzelli di Bari.

Credo che questo riconoscimento spronerà molti giovani del nostro territorio con la tua stessa passione per il cinema a cimentarsi direttamente. Hai qualche pratico consiglio che possa tornare loro utile?

Mi auguro proprio che molti giovani si cimenteranno a raccontare e raccontarsi. L’unico consiglio che mi sento di dare è: osate! Guardate meno film e meno documentari, trovate un soggetto e sviluppatelo nella maniera più naturale possibile, mettetevi in moto, portate a casa tanto materiale, non datevi una scadenza e fate maturare il tutto senza pressioni di alcun tipo. Non cercate subito finanziamenti e contributi, ma una storia valida da raccontare e soprattutto fatelo a modo vostro.

Pensi che questo riconoscimento influirà sul tuo modo di approcciarti al cinema, sia per ciò che riguarda il lato creativo/tecnico che per la produzione? Se sì come, se no, perché?

Non credo che questo riconoscimento mi farà cambiare idea perché hanno vinto le mie idee e il mio modo di fare cinema.

Chiudiamo con 6 titoli tra libri, film o dischi.

La musica mi ha fatto cambiare modo di percepire le cose, devo molto a lei, anche se siamo separati in casa. Nel mio Doc, la musica ha un peso non indifferente, ho perso mesi interi a cercare il tema esatto per narrare la storia al meglio. Il cinema mi ha dato modo di aggiungere alla musica le immagini, tutto ciò mi completa e mi appaga artisticamente. Mozart, Pink Floyd, Morricone, Eric Clapton, Luis Bakalov, Astor Piazzolla. Possono bastare?

Credo di sì. Beh, che dire? Grazie Vito e alla prossima.

Grazie alla redazione dell’Holden Magazine per l’attenzione.