Impossibile non essere colpiti dagli ultimi episodi di violenza negli stadi, sempre più cruenti e con esiti tragici. Ciò che è al di fuori dalla facoltà di comprensione è come il tifo per una squadra possa trascendere ed arrivare a dare sfogo a comportamenti aggressivi estremi. In realtà questo fenomeno non è recente: già nel 59 d. C. a Pompei gli scontri tra i tifosi delle sfide tra gladiatori furono di una gravità tale che il senato bandì i giochi dalla cittadina per dieci anni.

In sé lo sport richiama ad un’etica di fondo; d’altro canto si differenzia dall’educazione fisica perché è caratterizzato dall’agonismo, inteso come desiderio di superamento di uno o più avversari. Questo desiderio attinge dall’istinto aggressivo: esso può essere scaricato dallo sportivo tramite l’azione del gioco e dal tifoso attraverso l’identificazione dell’ideale dell’io con lo sportivo.

Morris pone a paragone i comportamenti, i riti, le mitologie del calcio con quelle tribali. Secondo l’autore gli esseri umani, nel loro percorso evolutivo, hanno modificato i loro interessi ludici, passando da eventi ricreativi sanguinari a eventi sportivi veri e propri. Dunque gli sport sarebbero dei riti, ovvero sublimazioni di spettacoli che prevedevano lo scontro fisico tra esseri umani: si ricordino le sfide tra gladiatori o le giostre dei cavalieri medioevali, che erano supportati da vere e proprie tifoserie.

Oggi il tifo non svolge una mera funzione di intrattenimento, ma assolve a specifici bisogni identitari e sociali. Salvini (1988) evidenzia come il calcio rivesta una crescente importanza nella nostra società perché si presenta come:

  1. un generatore di eccitamento gradevole;
  2. uno dei principali strumenti di identificazione collettiva;
  3. un modo per dare significato all’esistenza.

Il tifoso trae soddisfazione nel far parte di un evento collettivo che rinforza il senso di una comune identità sociale: vive tale appartenenza come autoaffermazione e come possibilità di esprimere il proprio giudizio (Giulianotti, 1994). Sperimenta un senso di competenza: si sente “attore” dell’evento grazie all’identificazione di ruolo o vicaria col giocatore o con la squadra (Antonelli e Salvini, 1987). Inoltre vive un cambiamento nella coscienza di sé attraverso la partecipazione ad un gruppo che favorisce il diffondersi di un forte senso di comunità ed appartenenza (Abrams e Hogg, 1990).

Il tifoso prova benessere nel ricercare intense emozioni (sensation seeker, Zuckerman) e nel poterle esprimere in forme normalmente interdette nella vita quotidiana. L’intenso coinvolgimento emotivo comporta una riduzione delle risorse cognitive e dunque è più probabile che faccia ricorso ad euristiche per dare significato alla realtà. Le euristiche forniscono risposte pronte ed automatiche, che si basano su un’elaborazione superficiale che il soggetto comunque valuta sufficiente e a cui ricorre in maniera inconscia. A questo proposito Herbert Simon, premio Nobel per l’economia, sostiene che l’essere umano agisca con una razionalità limitata e definisce appunto satisficing la situazione in cui il soggetto appare soddisfatto di tali strategie.

Alcune euristiche adottate dal tifoso sono:

  • Categorizzazione: consiste nell’attribuire le cause del comportamento di una persona al fatto che faccia parte di quella specifica categoria: se un giocatore è scorretto allora vuol dire che tutta la squadra e i suoi tifosi sono scorretti (diventa uno stereotipo); se ad assumere il comportamento scorretto è un giocatore della propria squadra, è un’eccezione;
  • Omogeneità: “gli altri” ci sembrano tutti uguali e con minor valore rispetto a “noi”.
  • Contagio emotivo: il soggetto tende ad aderire all’atmosfera emotiva del gruppo a prescindere dal proprio stato emotivo, pur di soddisfare il bisogno di affiliazione ed appartenenza.

Fin qui potremmo dire che il tifo sia un’esperienza appagante rispetto alle frustrazioni o alla routine della vita quotidiana e che risponda a bisogni identitari e narcisistici in confronto ad una società che propone l’adesione a certi modelli vincenti. Ma certamente nulla ha a che spartire con violenza, vandalismo o con quelle che Zamperini chiama atrocità collettive.

Seguendo il modello catartico, abbiamo visto come il bisogno di sfogare la tensione emotiva venga sublimato attraverso l’identificazione con lo sportivo e la simbolizzazione e ritualizzazione del conflitto con l’avversario. Tuttavia nel tifoso violento la tensione emotiva sarebbe così spropositata da non poter trovare contenimento nella ritualizzazione del conflitto e quindi l’aggressività si traduce in un vero e proprio acting out (passaggio all’atto).

La letteratura scientifica internazionale sulla violenza calcistica indica con il termine difootball hooliganism il fenomeno per cui i tifosi non si considerano semplicemente testimoni di un evento sportivo, ma partecipano attivamente come dodicesimo uomo in campo. Un elemento che contraddistingue l’ultrà violento è appunto l’esigenza di protagonismo.

Bromberger sostiene che non si tratta di masse indifferenziate in preda al delirio, ma di un gruppo organizzato che si struttura a partire dalla ricerca di ciò che lo uniforma all’interno e lo differenzia dall’esterno. L’esasperazione dell’antagonismo è strutturante per la definizione del “gruppo in” e del “gruppo out” poiché l’identità degli ultras si definisce a partire dalla ricerca di un nemico esterno: tanto più intensi saranno i sentimenti di solidarietà, sostegno, supporto al “noi”, tanto più ostili saranno gli atteggiamenti verso “loro”.

Il “non tifoso” è un estraneo, una persona con la quale non si ha assolutamente nulla in comune e con la quale è difficile comunicare.

Appartenere ad un gruppo ultrà comporta l’acquisizione di un’identità già predisposta, con codici e norme rigide. Il culto della forza e l’affermazione di una certa identità maschile, machista e violenta, impone spesso prove di coraggio e le manifestazioni di violenza, aggressività e fedeltà al gruppo sono elementi considerati vincenti. Il gruppo ultrà non prevede il tifo “per qualcosa” ma un tifo “contro qualcuno” (Popolizio, 2003).

Il bisogno di protagonismo dell’ultrà può essere soddisfatto solo attraverso il gruppo ed in particolare attraverso i processi di deindividuazione e depersonalizzazione.

A proposito della deindividuazione Andreoli parla di «gesti estremi compiuti da un gruppo: in cui il singolo si trasforma e persino giunge a una metamorfosi comportamentale assieme ad altri. Perde la propria identità per far parte di un super individuo, che è appunto il gruppo, all’interno del quale la responsabilità dell’individuo si dissolve». A tal proposito Zamperini enfatizza il ruolo dell’anonimato: far parte di un gruppo omogeneo, il confondersi tra la folla, l’essere coperto preserva dalle responsabilità personali e produce atteggiamenti di odio e aggressività verso l’altro.

A questo quadro si aggiunge la depersonalizzazione, intesa come abbandono dell’identità individuale verso l’identità di gruppo: «andare allo stadio significa non solo partecipare, ma addirittura “fondersi” con l’evento, con i protagonisti e con gli altri spettatori, fino alla sostituzione finale dell’Io con il “Noi”» (Flocca).

La condivisione di una “cultura contro” si manifesta attraverso l’adozione di simboli militari e paramilitari: i vari gruppi ultras si chiamano Warriors, Sturm Truppen, Commandos, Brigaden; vestono con abiti paramilitari, sono organizzati secondo una rigida gerarchia.

La configurazione del gruppo degli ultras come guerrieri ricorda il gruppo di attacco-fuga. Bion distingue due tipi di gruppo: gruppo di lavoro e gruppo in assunto di base. Il gruppo di lavoro si forma a partire dalla volontà dei partecipanti di apprendere dall’esperienza: si tratta quindi di un’attività fondata sulla realtà e i suoi metodi sono razionali e scientifici.

I gruppi in assunto di base sono caratterizzati da forti tendenze emotive ed indicano la prevalenza di processi regressivi rispetto all’analisi della realtà, dunque si configura come resistenza al gruppo di lavoro. La partecipazione a questo tipo di gruppi non richiede preparazione, esperienza o sviluppo psichico, quindi nel gruppo in assunto di base la cooperazione è sostituita dalla “valenza”: essa è funzione spontanea e inconscia delle qualità sociali della personalità umana e consiste nella capacità del singolo di combinarsi istantaneamente o involontariamente con un altro per condividere un assunto di base ed agire in base ad esso.

Fra i gruppi in assunto di base troviamo appunto il gruppo di attacco-fuga.

Esso è caratterizzato dalla credenza che il gruppo si è formato per attaccare qualcosa o per fuggirla. Il capo è riconosciuto in quanto tale, finché pone al gruppo richieste che possono essere percepite dal gruppo come occasioni di attacco o di fuga; richieste che non siano di questo tipo vengono ignorate. Il capo viene scelto dal gruppo in funzione della sua capacità di perdere la propria individualità; dunque non ha maggiore libertà di essere se stesso di quanto non lo sia qualunque membro del gruppo.

Da qui discende il particolare stile cognitivo degli ultras, caratterizzato da una rigida dicotomizzazione (vero/falso, bello/brutto) e, con le dovute differenze, accostabile alla psiche fondamentalista: «il quadro psicopatologico di base in questa strutturazione dell’identità psichica satura e saturante è la paranoia ed il modo di intendere la verità/realtà caratterizzata da una dicotomozzazione delle categorie cognitive e affettive; la “comunicazione” è di tipo esclusivamente strumentale: è vero ciò che si pensa sia utile e possa servire alla causa […]. Fondamentalista è chiunque ritenga che l’altro sia a-priori inferiore, nemico» (Lo Coco, Lo Verso).

La curva ultras oggi sembra assumere nuovi ed allarmanti assetti. Il nemico ora non è solo la squadra avversaria, ma le forze dell’ordine e con esse le istituzioni che rappresentano. Non a caso all’interno del gruppi ultras si stanno sviluppando cellule autonome di matrice neo nazista che fondano l’appartenenza al proprio gruppo sulla condivisione di atteggiamenti violenti e xenofobi; tuttavia si registrano gruppi di tifoserie violente anche di sinistra come i CARC. Pertanto lo stadio diventa un campo di battaglia simbolico in cui vengono a scontrarsi diversi codici di appartenenza, come quello etnico e politico. L’ingente mobilitazione del servizio di ordine pubblico, che ci lascia sgomenti perché presagisce l’inizio di una rappresaglia piuttosto che la visione di una competizione sportiva, tra l’altro soddisfa il desiderio di protagonismo degli ultras, che si ergono non solo a giocatori ma anche a giudici. Emblematico è il caso della partita Roma-Lazio del 2004, in cui le due curve antagoniste si sono alleate per costringere il prefetto alla sospensione della partita. Ricordiamo l’espressione attonita ed impaurita di Totti, costretto a contrattare non più con dei tifosi?

La disgregazione ed atomizzazione della curva comporta la de-ritualizzazione e de-gerarchizzazione, sfociando nell’aggressività pura. Questo spiega la presenza dei “cani scolti”, persone per lo più diffidate dal frequentare gli stadi, che trasgrediscono alle stesse regole del gruppo e che si confondono tra le tifoserie minori con l’unico intento di scaricare la loro violenza cieca su un bersaglio casuale. Cerracchio evidenzia come ogni violenza sia diversa non da come si manifesta ma da dove arriva e che la violenza a cui siamo esposti nei nostri tempi abbia la qualità della disperazione sociale e della psicosi da negazione di realtà. E qui non può che ritornare quanto descritto da Bion a proposito della resistenza al gruppo di lavoro.

Bibliografia

Andreoli V., Il branco che dissolve, Mente & Cervello, n°2, marzo-aprile 2003

Bion W. R., Esperienze nei gruppi ed altri saggi, Armando, Roma, 1971

Bromberger C., La partita di calcio, Editori Riuniti, 1999.

Lo Verso G., Lo Coco G. (a cura di), La Psiche Mafiosa, Franco Angeli, Milano, 2003.

Morris D., La tribù del calcio, Mondatori, Milano,1982.

Popolizi D., Tifosi: fra stadio reale e stadio virtuale, Psicologia Contemporanea n. 179 settembre – ottobre 2003

Salvini, A., Ultrà. Psicologia del tifoso, Saggi Giunti, Firenze, 2004

Zamperini A., Prigioni della mente, Einaudi, 2004

Sitografia

Angela Allegria – Violenza negli stadi

Flocca F., Identikit del nuovo ultras.