Pensate a qualche donna greca o romana che sia nota come filosofa o scienziata, o come entrambe le cose. Pochi nomi. Immagini vaghe.
Se nominassi Ipazia? Se citassi Agorà, un film del 2009 che di lei racconta? Ma andiamo con ordine.

La nostra storia inizia ad Alessandria d’Egitto, città nell’antichità seconda solo a Roma in termini di abitanti e prestigio, oggi seconda solo a Il Cairo. Sede della biblioteca più grande del mondo e del Museiòn, la casa delle Muse, centro di incontri dotti e di insegnamento, ad Alessandria avreste osservato il faro, una delle sette meraviglie del mondo antico, insieme, tra le altre, ai giardini pensili di Babilonia e alla piramide di Cheope. Avreste passeggiato nella capitale di uno dei regni ellenistici nati dopo la morte di Alessandro Magno e cresciuto a dismisura con la dinastia dei Tolomei. L’ultima regina dei Tolomei fu quella Cleopatra amante di Cesare e Marco Antonio, che si uccise con il morso di una vipera nel giorno della sconfitta della battaglia di Azio, quando Ottaviano sbaragliò la flotta egiziana e sconfisse così anche Marco Antonio, rammollitosi nella lussuria e nel lusso egiziano. L’Egitto da quel giorno divenne provincia romana.

La protagonista della nostra storia è Ipazia, che nasce ad Alessandria nel 370 – una sessantina d’anni dopo l’editto con cui Costantino proclama libertà di culto religioso – e muore all’incirca nel 415, una sessantina d’anni prima della caduta dell’impero Romano d’occidente.
Non possediamo nessuno dei suoi scritti e nessuna testimonianza materiale della sua vita: quel poco che sappiamo lo dobbiamo principalmente ai suoi discepoli, legati alla maestra da un’ammirazione quasi religiosa. Ipazia teneva nella scuola di Alessandria lezioni di astronomia, algebra e geometria con voce ferma e schiena dritta, con competenza e passione: la classe dirigente maschile al potere e l’opinione pubblica covarono contro di lei borbottii di riprovazione e sdegno. Non si vergognava, in quanto donna, a stare occhi negli occhi con decine di allievi uomini?
Astronoma, matematica, oltreché filosofa. Pare che Ipazia fosse il più grande esponente del platonismo, dopo lo stesso Platone e dopo Plotino, e che durante le sue passeggiate esponesse per strada a chiunque volesse ascoltarla le idee platoniche, le categorie aristoteliche, l’atarassia epicurea, senza tenere gli occhi abbassati, con vivacità.

Uno sguardo lucidamente scientifico per scrutare la volta celeste; uno sguardo verticale dentro sé stessa, attraverso la filosofia; la capacità di racchiudere nello stesso cerchio magico razionalismo e intuizione, oggettivismo e speculazione: questo è in nuce il fascino di Ipazia, scienziata e filosofa insieme.

Divenne, così giovane, un leader culturale, il simbolo della libertà di pensiero e parola nella ginefobica società alessandrina, un vessillo dell’indipendenza intellettuale scevra da compromessi.
Decisamente carismatica, Ipazia interveniva durante le assemblee politiche, esponeva idee e proposte, contestava. Faceva mostra del suo bagaglio culturale senza pudore. Fu un motivo di visibilità per la sua attività di insegnamento: decine di allievi la ammiravano e seguivano le sue lezioni. Ma fu anche l’inizio della fine.
Il cristianesimo era già stato proclamato religione di Stato, l’imperatore Teodosio aveva autorizzato i cristiani a cancellare le testimonianze materiali dei culti pagani e ad Alessandria in quegli anni il potere religioso era incarnato da Cirillo, vescovo cristiano della città. Cirillo guardò con sospetto alla persona e al ruolo intellettuale di Ipazia, insinuò accuse infondate contro i pagani e scatenò un clima di tensione, che si tramutò in aperta violenza.
Fu proprio Ipazia la prima a pagare con la vita la formazione culturale non cristiana e il ruolo di primo piano ricoperto vergognosamente, a detta di Cirillo, come donna e come pagana nella scuola di Alessandria.
Nel marzo del 415, un gruppo scalmanato di cristiani, accesi dalle omelie al sapore di arsenico di Cirillo e guidati da un predicatore di nome Pietro, si accordarono per ritrovarsi davanti alla casa della filosofa. Ipazia venne trascinata per buona parte della città, denudata, uccisa con dei cocci. Dopo che la fecero a pezzi membro a membro, trasportarono i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone e li bruciarono, cancellando di lei ogni traccia.

Poche donne istruite e carismatiche nell’antichità hanno piantato il seme della grandezza, tramutatosi poi in ricordo perenne. Saffo, Aspasia, Livia: donne indipendenti e colte, come la nostra Ipazia, alla quale toccò però una sorte molto diversa. Il ricordo della sua persona fu interrato per secoli, i suoi insegnamenti non ebbero seguito nemmeno nell’immediato, perché era pericoloso esporsi contro Cirillo, i suoi scritti furono distrutti.

Ipazia divenne una martire pagana, vittima di bigottismo e prepotenza, mentre quel vescovo Cirillo, che ordinò sottobanco il suo assassinio, fu proclamato santo nel 553, venerato dalla Chiesa ortodossa, da quella copta e cattolica.
Ai posteri la – non troppo – ardua sentenza.