Anteprima dell’intervista a cura di Nicola Villa (Roma 1984), scrittore, saggista, vicedirettore della rivista “Gli Asini” Roma, ai ragazzi e alle ragazze di Cineterra e Holden Magazine di Regalbuto (Enna) suddivisa in sette parti.
L’intervista definitiva e completa comparirà fra poche settimane sulla rivista “Gli Asini” Edizioni dell’Asino Roma.


Nicola Villa: La vostra rivista è nata da pochi mesi ma ha già una struttura riconoscibile: la critica delle opere di oggi (libri, film, fumetti, musica, scienze e tecnologie) e l’approfondimento critico in scritture filosofiche e letterarie. Sono curioso di sapere non tanto chi siete, ma quali sono le urgenze e le motivazioni di un gruppo di giovani di Regalbuto (in provincia di Enna) nel dare vita a una progetto così ambizioso.
In particolare mi ha colpito l’affermazione sulla voce “Chi siamo” del sito: “Holden Magazine ha un unico referente: se stesso. Non aspira principalmente come gli altri magazine a rivolgersi all’esterno, né ad un ampio pubblico, ma viceversa a chi vi partecipa al fine di includerlo socioculturalmente attraverso la formazione in una delle attività previste. Come? Ricerca e scrittura. In particolare questo obiettivo è rivolto ai giovani e ai giovanissimi di Regalbuto, pur restando aperti a collaborazioni esterne.”
Perché oltre che ha una vocazione minoritaria mi sembra che in questa autopresentazione ci sia la volontà di creare un luogo aperto e protetto, una sorta di palestra per crescere e formarsi intellettualmente, come individui in un collettivo (“l’inclusione socioculturale”).


Danilo Guida: Sicuramente la parola che meglio riassume ciò che è l’Holden è necessità. Necessità dei più giovani di aprirsi e confrontarsi con i più ‘formati’ al fine di una crescita culturale. Possibilità di crescita che ogni giorno, specialmente nelle piccole realtà come quella regalbutese, sembrano allontanarsi sempre di più. Necessità dei più ‘anziani’ di motivare i giovani, di diseducarli alla mediocrità, di fare scoprire loro le potenzialità che hanno, migliorando attraverso la trasmissione di idee e conoscenze la società futura. È contemporaneamente inevitabile non notare l’‘egoismo positivo’, così potremmo definirlo, che spinge ogni membro del gruppo Cineterra a partecipare agli incontri socioculturali da noi stessi organizzati. Ognuno di noi, giovani e meno giovani, possiede delle conoscenze su un campo culturale. Ecco che con l’Holden lo scambio di idee diviene il primo interesse di ognuno. Essere a contatto con svariate discipline ci aiuta infatti ad avere un quadro generale più ampio, rifondendo ciò che di nuovo impariamo con ciò che si trova già nel nostro bagaglio culturale. Questo crescere culturalmente al fine di migliorare la società credo che sia lo scopo dell’Holden, per cui è chiaro che Regalbuto è solo un punto di partenza da cui, si spera, muoversi verso i territori circostanti e così via come un’onda. 

Samuele Saccone: Ritengo che l’urgenza principale sia quella di dare un senso alle nostre attività quotidiane. Mi spiego meglio: l’Holden è sia una “palestra” mentale che serve a noi stessi, ma allo stesso tempo è anche un progetto sociale (l’Holden non ha ragion d’esistere se non viene letto, quindi assume anche una dimensione sociale?). L’Holden è un rivista di formazione? Non so, a dire il vero: non ho niente di meglio da fare, quindi tanto vale provare a fare qualcosa …

Maria Grazia Vignera: Quotidianamente si sente parlare di crisi, del fatto che non c’è lavoro e che i giovani scappano, soprattutto dalle piccole realtà dei paesi che offrono ben poco. Questa rivista occupandosi di libri, fumetti, musica, tecnologia, scienze, ecc.., è rivolta proprio ai giovani, che rappresentano il futuro della società, per avvicinarli alla cultura e renderli “curiosi”. In fondo, la cultura salva il mondo.

Cateno Tempio: La doverosa premessa è che ognuno ha i suoi motivi per partecipare al progetto, ognuno ha i propri scopi. Io, sebbene trentunenne, sono tra i più “anziani” lì in mezzo. Ho sempre cercato di fare qualcosa, di agitare le acque, se vogliamo. Holden Magazine e Cineterra sono un’altra occasione per fare questo, un’occasione che si sta rilevando molto buona.
In ogni caso, salta subito all’occhio che la faccenda dall’autoreferenzialità è una copertura. Un sito internet è per forza aperto all’esterno. Se si vuole veramente rivolgersi soltanto a se stessi (in questo caso un sé inteso come gruppo), tanto vale incontrarsi al bar e chiacchierare. Tu, Nicola, dici che ti sembra una palestra e in un certo senso è vero. Però occorre una precisazione: per mantenere la metafora sportiva, potremmo dire che il sito è la gara o la partita; la vera e propria palestra, l’allenamento, è quanto vi sta dietro: gli incontri di formazione, lo scambio di idee, gli eventi che organizziamo… Hai parlato anche di vocazione minoritaria. È una definizione (la voglio intendere anche in diretta opposizione alla vocazione maggioritaria dei partiti politici) che sposo in pieno. Anzi rilancio: come dico spesso, il mio obiettivo è puntare alla minoranza assoluta, ossia puntare al singolo, all’unico in carne e ossa che mi sta qui davanti. Il resto non mi interessa.

Adriana Ferrigno: Quando scrissi i miei primi articoli per “Holden Magazine” mi fu rimproverato lo sforzo di averli resi facilmente leggibili. Capii dunque che “Holden Magazine” è davvero disinteressato verso l’esterno, non dovevo utilizzare un linguaggio moderato per accedere a quanti più lettori possibili, piuttosto utilizzare il linguaggio proprio della mia disciplina in modo da esercitarmi nella scrittura e esercitare nella lettura. Il temine “palestra”, da te scelto, direi che si avvicina molto allo spirito della rivista. La maggior parte delle riviste e dei giornali sono rivolte verso l’esterno, anzi mirano a raccogliere quanti più lettori possibile ed è proprio tale moderazione (o adattamento) che costituisce, a mio parere, il loro punto debole: tutto è per tutti e dunque nulla è per nessuno. Ma come potrebbe essere possibile una crescita se si resta sempre fermi? Come potrebbe essere possibile una crescita se non ci si ciba altro che di pane?

Giuseppe Nicolosi: Penso che alla base di tutto c’è sempre l’idea di migliorarsi. Sappiamo che il nostro tempo è limitato e le cose da sapere e conoscere sono molte. Se si aggiunge che ognuno di noi, poi, dovrebbe nel frattempo lavorare per sopravvivere, non ce ne rimane molto per informarci a dovere. Era quindi necessario e quasi d’obbligo creare un gruppo e dunque una piattaforma (sia fisica che virtuale) ove ognuno di noi potesse condividere una o più passioni con gli altri ragazzi interessati e, soprattutto, per interessare quelli che per un motivo o per un altro vivono ai margini attuando alla fine un meccanismo semplice: se ognuno di noi condivide la propria “passione” tenendo aggiornato su quello che succede e sulle ultime novità del “settore” chi ha al suo fianco, e dall’altra parte si fa lo stesso ragionamento, ognuno di noi cresce, si forma e rimane al passo con i tempi, che ultimamente vanno molto di fretta. L’Holden, quindi, è un rimedio all’informazione overload.

Cristina Roccella: Per quanto mi riguarda l’urgenza era solo una: la cultura. Mi sono avvicinata all’Holden perché due anni prima avevo già avuto un’esperienza in comune con molti dei componenti più “vecchi”, un’esperienza che era finita solo apparentemente in un nulla di fatto. La mia urgenza all’inizio era solo personale, da un certo punto di vista anche egoista. Cercavo di esprimermi sul mio territorio, da cui sono stata lontana per quasi metà della mia vita e che, nonostante sia il luogo in cui vivo ormai da diversi anni, non sentivo veramente mio. Trovare persone con la mia stessa urgenza mi ha portato all’impegno. Ammetto di essere stata delusa in passato da altre esperienze di attivismo socio-culturale e quindi mi sono avvicinata con molto pessimismo a questo gruppo. Ma appena ritornata mi sono accorta che non era quello che già conoscevo: c’erano molti giovani, molti ragazzi nati quando io ero lontana, che non avevo visto crescere. Questo mi ha dato una nuova spinta e sono entrata nei meccanismi della formazione socio-culturale. Adesso quel “Chi siamo” mi rappresenta.

Raffaele Fasciana: L’obbiettivo principale del magazine è la crescita. Il nostro gruppo è formato da giovani aventi età, esperienze, idee e soprattutto conoscenze e percorsi di studi differenti. È forse la diversità il nostro punto di forza. Una diversità non ideologica, che è naturale che vi sia. Per diversità si intende quella del sapere specifico di ognuno dei membri. È assai difficile che tutti  possano essere competenti allo stesso modo in tutti gli ambiti del sapere. In questo modo si instaura un meccanismo per cui chi scrive di letteratura lo fa per coloro che scrivono di cinema o musica, rendendoli edotti circa una materia che non è loro propria; e viceversa. Questi ultimi, così facendo, non solo vengono a conoscenza dei singoli articoli prodotti dal membro competente in altro ambito, ma il fine principale del magazine è quello di instillare in ciascuno la curiosità, la voglia di sapere, di conoscere e approfondire le discipline che non gli sono proprie attraverso un processo che si potrebbe definire in un certo senso “socratico”. In questo senso il magazine è indirizzato proprio ai suoi membri e scrittori, divenendo una vera e propria palestra di pensiero. L’unica cosa che ci accomuna è la nostra diversità. Da essa scaturisce la voglia di conoscere ciò che conosce l’ altro e migliorare noi stessi. Non è, però, questo il nostro unico fine: col magazine puntiamo a migliorare e soprattutto valorizzare un ambiente e un territorio caratterizzati da un vero e proprio pessimismo cronico, in cui regna una grande immobilità perlopiù culturale, ma non solo. Si cerca quindi di dare un apporto al miglioramento di un paese e, perché no?, di una regione che domani saranno dei nostri figli. Senza cultura, infatti, il futuro si prospetta breve.

3tm: Facciamo quello che stiamo facendo come singoli e non come gruppo, perché non siamo contro o con, niente e nessuno; se non contro o con, noi stessi, singolarmente. Da qui la nostra “autoreferenzialità” e il nostro essere votati alla minoranza: noi, individualmente, uno per uno. Non tutti hanno questo spirito, alcuni sono qui perché non hanno meglio da fare, altri perché trascinati, altri ancora non saprei dire. Ma va bene così: abbiamo bisogno di tutta la diversità possibilità; pare il miglior ingrediente per la crescita e la conservazione dell’individualità di ognuno.
Mi interessa la “diversità” di ognuno, è produttiva, utile; entrarci in comunione, senza pregiudizi, produce confronto, dunque crescita. Conoscere chi pensa e agisce come me, invece mi annoia, non mi commuove affatto; anzi, mi disturba e inizio a detestarmi perché non sto conoscendo del nuovo, dunque perdendo tempo che è il bene più prezioso.
Quindi, da tutti, me compreso, mi aspetto e pretendo l’utile: crescita e difesa della diversità; e per questo mi pongo in modo che si sia in questa condizione, e alle volte con ogni mezzo.
Se un branco sarà nutrito sarà perché composto da singole diversità che ha usato per spingersi in territori in cui nessuno del branco era ancora stato. Sì, se siamo uguali, periremo, perirò, perché saremo uno; se diversi, singolarmente, cresceremo, crescerò, o ne avremo più possibilità, perché siamo tanti.
Penso all’Holden e a tutti gli altri progetti che cerchiamo come ad una sorta di terapia per la conservazione, la riscoperta e il potenziamento della propria diversità. Fare gruppo, per non essere gruppo … ed ecco la Cultura come mezzo di inclusione da una Società in cui si preferisce non pensare per riuscire in questo intento: mantenerci singoli, diversi, individuali e originali al fine di sfruttarci per raggiungere luoghi in cui ancora non siamo stati. Vita.
Holden come casa, rifugio, palestra, branco e chissà cos’altro.
Il progetto, si capisce ora, è autoreferenziale, vero, ma in un certo senso non lo è, o meglio dire lo è così tanto e così “primordialmente” da non esserlo, da essere, ora, l’opposto: comunitario. Aperto a chiunque e alla ricerca di qualsiasi diversità e luogo sconosciuto. 
Ma anche questo solo e finché serve, magari domani servirà altro e allora l’Holden potrebbe cambiare.

Cesare Nasca: Non vedo l’Holden come un semplice magazine la cui attività sia solo socioculturale; non credo debba avere uno scopo ben preciso. Lo vedo più come un microcosmo in continua metamorfosi. E ogni persona facente parte di questo “microcosmo” deve poter usare l’Holden come uno strumento. Può essere intesa come una piattaforma su cui condividere qualsiasi passione o pensiero; può benissimo essere una palestra della mente. Potrebbe anche crescere e diventare qualcosa di più. Ognuno può vedere l’Holden in modo diverso a seconda dei suoi bisogni. Chiunque fa parte di questo microcosmo deve sapere di cosa ha bisogno e se l’Holden è il posto giusto dove cercare.

Domenica Riccombeni: Mi viene solo da pensare a motivazioni personali.
Scrivere sull’Holden è stato per me una spinta per avere a che fare con parole diverse da “Mamma! BAM-BAM! Cacca!”, parole bellissime ma che a lungo andare ti intorpidiscono il cervello.  Certo, leggere un libro prescinde da questo e infatti scrivere è diventato un impegno non in termini di tempo, ma perché comporta una responsabilità: cercare di comunicare una passione. E’ difficile da spiegare, ma si accende qualcosa nella mente. Ecco, vorrei almeno incuriosire, mostrare che esistono diverse chiavi di lettura per una realtà complessa come quella umana. Complessa non perché oggi è così ma perché questa è la natura umana. Per questo preferisco non adottare un linguaggio ermetico e allo stesso tempo evitare di svilire e banalizzare i contenuti. Semplicemente qua e là lascio input, sperando che il lettore abbia un riferimento per approfondire quel che più gli interessa.
A me incuriosisce leggere soprattutto gli articoli o i commenti dei più giovani, perché hanno una capacità di riflessione che io non ricordo di aver avuto alla loro età. Quindi scrivo per me: bieco egoismo che ha delle conseguenze prosociali? Mi pare poco, considerando che nella sostanza non vivo più a Regalbuto e certamente il confronto  manca per migliorare. Tuttavia mi piace pensare come una piattaforma virtuale, un non-luogo, abbia bisogno di facce e corpi reali, che si incontrano, per svilupparsi e se questo può avere delle ricadute sul territorio o da qualunque altra parte ben venga.

Gabriele Montagno: Le urgenze e le motivazione nel partecipare a tale progetto sono varie ed ognuno di noi né ha di  proprie. Uno di questi motivi, che sicuramente ci accomuna tutti, è la “fame” di cultura. Come è importante per un corretta dieta assumere i giusti valori nutrizionali, anche la mente ha bisogno della sua razione di cultura. In un paesino come Regalbuto però, difficilmente riesce a circolare senza dei centri socioculturali. Ecco qui la necessità di costruire un gruppo e successivamente “l’Holden”, come ci piace chiamarlo a noi, per rimediare a questo vuoto.
Holden permetterà di migliorare noi stessi attraverso la condivisioni delle nostre passione ed esperienze, attraverso la ricerca e la scrittura. Per questo esso si rivolge prima a se stesso, cioè agli attivisti e ai collaboratori. Ciò però non determina la sua esclusione all’esterno, che è prerogativa importante per una rivista di questo genere.

Cristina Picardi: Holden è un progetto volto alla crescita culturale e sociale delle persone che hanno deciso di aderire. Il processo che porta alla stesura di un pezzo è fatto di ricerca che porta alla scoperta e in questo modo ci si arricchisce culturalmente e umanamente. Condurre i giovani verso un percorso i cui strumenti sono curiosità, conoscenza e sapere, penso sia uno stimolo per alimentare la voglia di migliorarsi. Credo che scrivere sia un percorso interiore che ognuno intraprende al fine di far emergere il proprio carattere e sia una condivisione di idee ed opinioni  con chi ha un vissuto simile al tuo.

Carmela La Spina: Non so esattamente cosa abbia spinto i ragazzi di Regalbuto a creare ciò. Portare la scrittura come palestra della mente. Ricevuta la proposta non ho esitato un attimo. Ricordo gli anni del liceo e l’unico stimolo alla scrittura erano i compiti d’italiano. E’ stato il periodo, per me, di maggiore fermento mentale e maggiore curiosità, più ne sapevo e meno sembrava di saperne. Invidio questi ragazzi e li ammiro. Per quanto mi riguarda non mi sento l’individuo di un collettivo, ma un singolo che contribuisce ad un progetto. Il fatto che sia autoreferenziale è sensato, per me frutto del buon senso. A cosa dovrebbe riferirsi una piattaforma culturale se non a se stessa? Si parla così tanto di crisi economica, ma non si parla quasi mai di crisi culturale e penso che i referenti della cultura italiana, i signori dei grandi salotti stanno di proposito instupidendo le masse con le loro referenze. Manca l’onestà nella comunicazione “di massa”, e soprattutto nell’ambito dell’ informazione. Ecco come l’inclusione socioculturale dovrebbe essere intesa a mio avviso: crescere e formarsi intellettulamente come individui onesti, soprattutto culturalmente. Come individui che si incontrano e si confrontano.

 


(continua: in attesa delle risposte del resto degli attivisti e collaboratori ^_- )