Nello Lo Monaco è a capo del Servizio Regionale di Protezione Civile di Ragusa ma questa non sarà un’intervista a un’istituzione né un articolo di cronaca. Ho avuto il piacere di conoscere Lo Monaco e l’ho ammirato come persona prima di conoscere la sua professione. Quando l’ho poi scoperto “pescatore di uomini” (in senso letterale, non biblico), Lo Monaco ha costituito per me un esempio di humanitas, senso civico, competenza e correttezza. Rappresenta l’ormai rarissimo caso in cui la professione realizza una vocazione e le attitudini della persona non fungono da terreno fertile per inefficienze e disonestà, bensì costituiscono un valore aggiunto.
In sintesi, la Protezione Civile si occupa di prevenzione di disastri naturali e della gestione di eventuali situazioni di emergenza. In Sicilia è però difficile attenersi alle definizioni, ecco quindi che Lo Monaco e la sua squadra si occupano principalmente di ciò che in realtà lo Stato non ha definito “emergenza”, né costituisce ormai un evento straordinario, ovvero gli sbarchi di profughi da zone di guerra o di povertà.


A rendere complesso il vostro intervento è dunque la mancata ammissione del problema e la conseguente assenza dell’appoggio istituzionale. Per orgoglio, strafottenza o cos’altro, secondo te? E chi ne paga le conseguenze?
Un po’ per strafottenza e un po’ per incompetenza. Uno stato di emergenza si definisce mediante provvedimenti normativi, la cui peculiarità non è (come si pensa spesso) quella di finanziare interventi specifici, quanto quella di prevedere deroghe dalla norma vigente. In mancanza di tali deroghe affrontare la risoluzione dei problemi, con le italiche leggi, è praticamente da delirio. È pur vero che in passato le deroghe sono state utilizzate per fini poco nobili… paghiamo oggi gli errori del passato.

Poche settimane fa sei stato protagonista di ciò che hai definito un “agguato”: un collegamento televisivo che hai ritenuto essere preventivamente pilotato a favore di Matteo Salvini e che non ha lasciato a te possibilità di replica. Se il giusto avesse una misura, di certo quella misura nel nostro Stato sarebbe la Costituzione e se la politica dovesse essere fatta dai giusti, questi dovrebbero attenervisi (o quanto meno modificarne il contenuto secondo le regole e il collettivo istituzionale richiesti). Come può un gruppo che vanta principi anticostituzionali esserne parte? A questo proposito voglio contrapporre due citazioni, la prima è sua, la seconda tua: «[…] i poverini non sono quelli di Lampedusa che vengono disinfettati: i poverini sono i cittadini di Lampedusa e di Bergamo che poi vengono derubati da chi viene disinfettato.»; «La puzza di migrante a noi apre il cuore, a loro chiude la mente.»
Non c’è molto da aggiungere alle frasi riportate; soprattutto a chi non è dotato di strumenti di comprensione, nulla può essere detto quando gli strumenti della civiltà umana si assottigliano fino a diventare flebili frammenti di odio e tracotanza che vanno verso il declino.

In un articolo pubblicato subito dopo l’accaduto, affermi: «Quando l’informazione viene condotta mediante questi metodi degni di Orwell, non c’è da stupirsi del proliferare di fenomeni di razzismo e xenofobia che allontanano dall’integrazione e vanificano gli sforzi umanitari che vedono impegnati vari Enti e tanti cittadini nell’intento di aiutare persone il cui bisogno è tutt’altro che opinabile.» La xenofobia spesso viene celata da commenti circa la scarsezza delle risorse (principalmente denaro e lavoro), c’è chi invece pensa sia una questione troppo grande per noi e che dovrebbe gestirla qualcun altro più grande di noi, come l’Unione Europea o l’Onu…
Rinviare la gestione “ad altri” significa estraniarsi da un problema che coinvolge tutti. Non esiste il “diverso” in senso umano, la diversità è solo nella nostra mente. La esiguità crescente di risorse non ha nulla a che vedere con la xenofobia: perché un cittadino italiano che fatica ad arrivare alla fine del mese dovrebbe farmi più compassione di un siriano che fugge dai bombardamenti? Mai come in questi casi, la retorica uccide la ragione.

La storia del pensiero avrebbe dovuto insegnarci che non bisogna smettere di porci domande, se non evolve il pensiero, non si può parlare neanche di evoluzione in questo senso. Nello, per te cosa è il valore? O cosa ha valore? Nello specifico, quando un lavoro ha valore?
Sono abituato per mia formazione culturale a misurare il valore dalla quantità di libertà residua: è valore ciò che ti lascia e ti rende libero, ed è disvalore ciò che muove nel senso inverso. Questo si applica a tutto, compreso il lavoro, incluso il mio: aiutare delle persone ad aumentare il proprio livello di libertà è un lavoro di valore, a prescindere dal risultato (ovviamente auspicabile con la maggiore efficienza possibile) il solo potersi adoperare in tal senso è un privilegio.

Elias Canetti durante la seconda guerra mondiale (comunemente considerata l’apice del razzismo continuamente additato e ricordato affinché non si ripetesse, ignorando che determinate modalità e sentimenti di diffusione del virus razzista serpeggiano ancora tra di noi) scriveva: «Gli uomini non hanno più misura, per nulla, da quando la vita umana non è più la misura.»
Come possiamo riprendere la misura?
La misura è funzione dei valori; un concetto che mi piace mutuare dalla letteratura (libero adattamento da Calvino) e si applica molto bene alla protezione civile, è la trasformazione della nostra città (e società) da una città indifesa a una città in-difesa. Dobbiamo saper fare il salto di qualità da una posizione di vulnerabilità a una di protezione e tutela, il che si applica ai beni materiali ma anche a quanto di immateriale saremo riusciti a conservare. Francamente, sono abbastanza pessimista su questo fronte, ma ritengo che non ci si debba né possa arrendere. Io cerco di resistere.