Danilo Melideo è un filmaker di Manoppello, classe 1980, laureato a Perugia in Scienze della comunicazione, romano d’adozione, decide dopo un lungo percorso di formazione e resistenza al precariato di lasciare l’Italia per Toronto, Canada, in cerca di fortuna e nuova vita … “Good time for a change” di cui è autore è il film che racconta questa storia, la sua.  


Giuseppe: Cosa ti ha spinto a fare questo film? Solo la voglia di trasformare qualcosa di negativo in positivo o c’è anche altro?

Il motivo principale è stato senz’altro quello di scoprire a cosa si va incontro quando si decide di emigrare. Si è mitizzato parecchio riguardo al “cercare fortuna all’estero” e mi interessava toccare con mano questa realtà… E il perché di questo interesse è piuttosto ovvio, era da un po’ di tempo che mi ronzava in testa l’idea di emigrare.

Giuseppe: Cos’è per te il documentario, perché hai scelto questo linguaggio per affrontare un tema così attuale come la mancanza di lavoro in questo momento nel nostro paese?

Molti pensano che il documentario sia un lavoro piuttosto standard che lascia poco spazio alla creatività, lontano dal film di finzione in cui scrivi, costruisci e inventi ogni singola scena. Io stesso da ragazzino pensavo che l’autore del documentario non faccesse altro che accendere una telecamera sulla realtà per poi stare a guardare quello che succedeva. Ma non è affatto così. Un documentario comporta un’infinità di scelte e inevitabilmente finisce per raccontare di te che lo realizzi molto più di quanto credi. “Cosa” racconti è un dato su cui puoi poco, ma “come” racconti è un oceano di decisioni, e queste sono clamorosamente soggettive. Quindi anziché cercare di nascondere forzatamente la mia ingombrante presenza ho deciso di sfruttarla e costruire una narrazione che diventasse lo sguardo di un aspirante emigrante, con la sua soggettività, le sue aspettative, le sue convinzioni. Impostare il racconto in questa maniera mi ha concesso una libertà di azione pressoché totale senza mai tradire l’onesta della documentazione.

Cesare: Da dove parte l’idea del Crowfounding? Questo metodo di finanziamento funziona davvero? Cosa consigli di fare o non fare e cosa aspettarsi o meno in relazione alla tua esperienza ?

Fino a quando non decisi di realizzare questo film non ne sapevo niente. Me ne parlò un amico e mi incuriosì. Quindi mi informai e scoprii di questo splendido strumento di finanziamento. L’idea di riuscire a realizzare qualcosa di tuo senza dover stare a mendicare finanziamenti al potente di turno era a dir poco rivoluzionario. Ma non è tutto così semplice, non basta presentare il tuo progetto per ricevere valanghe di soldi. C’è bisogno di una strategia comunicativa dietro.

Cesare: Hai lavorato da solo a questo progetto o hai altri collaboratori ?

L’idea è partita da me, ma il film è stato possibile grazie alla preziosa collaborazione di Salvatore Giusto e Manuela D’Andreamatteo, che hanno scritto con me il documentario. Ma non solo, se il film oggi vede la luce lo devo anche a tutti quelli che hanno creduto nel progetto e, in forme diverse, hanno offerto la loro collaborazione.

Cesare: Presentando il tuo progetto su produzionidalbasso.it, come hai trovato i finanziatori ? Sono persone che conosci personalmente, li ha trovati sul web attraverso il sito o tramite altre reti ?

Come dicevo prima purtroppo non basta pubblicare sul sito il tuo progetto. Di per se è frequentato soprattutto da addetti ai lavori, per cui la platea dei potenziali finanziatori non è così grande. Quindi è stato necessario utilizzare tutti i mezzi che avevamo a disposizione per pubblicizzarlo, in primis i social network. Il risultato di questo è stato che la maggior parte dei finanziamenti è arrivato tramite amici e amici di amici. Intendiamoci, non solo loro, ci sono stati molti che hanno dato il loro contributo non conoscendomi affatto e basandosi solo sul progetto. Ma è innegabile che il grosso dei finanziamenti è arrivato tramite le conoscenze. Perché il problema è alla fine sempre lo stesso, dare visibilità al progetto per farlo conoscere a più gente possibile. E non è facile.

Giuseppe: Girare questo documentario ti ha cambiato come persona ? Sta influendo sulla tua vita ? Cosa ti aspetti da questo progetto ?

Non so se mi ha cambiato come persona ma sicuramente ha cambiato molto cose. Essere immerso in una realtà così diversa ti porta a riconsiderare la tua cultura di partenza. Molte cose che rimanendo in Italia dai per scontato andando oltreoceano relizzi che non lo sono affatto. Ti rendi conto che tutto è molto più relativo di quanto credessi e questo comporta a cascata una seria molto ampia di riflessioni. E questo sì, sta influenzando la mia vita. Dopo questo periodo passato in Canada a girare il documentario sono rientrato in Italia e tutto quello che ho ripreso a fare ha avuto l’influenza di questa esperienza.

Giuseppe: Perché proprio il Canada? Solo perché lì hai parenti o per qualche altro motivo? Ti stai trovando bene? È vero che lì se hai delle idee nuove e diverse trovi chi ti ascolta?

Ovviamente la scelta del Canada è stata influenzata dalla presenza dei miei parenti. Ma l’idea di scegliere il Canada comunque rientrava nella necessità di scegliere un posto che fosse molto lontano dall’Italia. Non avrei mai potuto fare questo documentario ambientandolo in un qualsiasi paese europeo. Perché la vicinanza sia geografica che culturale non avrebbe permesso di affrontare l’emigrazione come la intendevo io, ovvero come un cambiamento profondamente radicale. Spostarsi oltreoceano invece conteneva in se questa radicalità.

Alla domanda “ti stai trovando bene” non posso rispondere perché finito il documentario sono rientrato in Italia e quindi non sono emigrato effettivamente.

Rispondere alla domanda “È vero che lì se hai delle idee nuove e diverse trovi chi ti ascolta?” è complesso. Non a caso una parte ampia del documentario affronta proprio questo tema. A voler sintetizzare posso risponderti contemporaneamente sia sì che no. Perché è vero che in Canada vige una meritocrazia che noi in Italia ci sogniamo, dove davvero si tengono in considerazione le tue capacità e dove se ti dai da fare riesci a raggiungere i tuoi obiettivi. Ma è anche vero che da migrante riuscire ad entrare in questo sistema non è affatto facile, che molti rimangono impigliati nello stereotipo italiano-ristorazione e che in definitiva non basta trasferirsi oltreoceano per usufruire di questa meritocrazia.

Cesare: Hai incontrato nuove collaborazioni nel mondo del cinema lì in Canada? Se si, cosa dicono del loro mondo?

Non essendo infine emigrato anche a questa domanda non sono in grado di rispondere.

Cesare: Come hai deciso di distribuire il film una volta completata la fase di produzione? Come ti farai conoscere? Perché le persone secondo te dovrebbero essere interessati alla tua storia?

Bella domanda. Essendo un film indipendente non supportato da nessuna produzione “ufficiale” la distribuzione è un’incognita. Di sicuro il primo passaggio è quello dei festival, ovvero mandare il film in giro per festival, sia italiani che internazionali e sperare che venga notato. Dopodiché è sempre possibile proporlo direttamente a casa di distribuzione o canali televisivi, ma anche in questo caso l’incognita è enorme. Quindi sinceramente non so quale sarà il futuro di questo film, la cosa che però mi auguro è che possa essere visto. Anche perché credo che il tema affrontato possa essere di grande interesse, soprattutto in un periodo come questo in cui la mancanza di lavoro in Italia è il problema principale e l’idea di mollare tutto per cercarlo in altri lidi è davvero molto diffusa soprattutto nei giovani.

Giuseppe: Sappiamo che stai ultimando la fase di post-produzione di “Good Time for a Change”, quando e dove potremo vederlo?

Mi piacerebbe poterti rispondere ma non ho la sfera di cristallo. Il film è ormai ultimato ma quando e dove si potrà vedere ancora non so dirlo. Ma spero di riuscire a dirlo presto.

Giuseppe: Per chiudere questo incontro: quali sono i tuoi progetti futuri, almeno dopo l’esperienza di “Good Time for a Change” ?

L’esperienza di Good Time For A Change mi ha fatto realizzare che lo strumento del documentario mi è congeniale e quindi il mio proposito è quello di dedicarmi quanto prima alla realizzazione di un nuovo film. Di temi che mi piacerebbe affrontare ce ne sono diversi, ma è ancora prematuro per parlarne. Anche perché l’esperienza di Good Time For A Change non è finita, sta per iniziare forse la fase più difficile, ovvero la distribuzione. Nel frattempo comunque c’ho da portare a casa la pagnotta per cui continuo a lavorare nell’audiovisivo come freelance.

Giuseppe: Domanda di rito che chiediamo a tutti: 5 titoli tra dischi, film e libri a cui per te non dovremmo rinunciare.

Da divoratore di dischi, film, libri e fumetti sceglierne solo 5 non è facile ma ci provo.
Per rimanere in tema sulla migrazione consiglio un disco davvero straordinario di Gianmaria Testa dal titolo “Da questa parte del mare”. E’ un concept-album del 2006 interamente incentrato sulla migrazione, in cui con grande poesia riesce a fondere emotivamente la migrazione odierna dal nordafrica all’europa a quella che vivemmo noi un secolo fa. Un piccolo gioiello.
Spostandomi sulla narrativa non posso non citare “L’Era del Porco” di Gianluca Morozzi. Non c’entra nulla sulla migrazione ma è forse uno dei romanzi di formazione più divertenti e meglio scritti negli ultimi anni.
E se mi permettete esco un attimo dai tre linguaggi della domanda è parlo del fumetto che ha accompagnato la mia crescita e in qualche modo mi ha segnato, ovvero Dylan Dog. Dovendo elencare quelle opere a cui non dovreste rinunciare, nominarlo era d’obbligo.
Mi sono quindi rimasti due titoli e li voglio dedicare al cinema. Qui la scelta diventa davvero ardua. Come primo cito un film che sicuramete avrete visto tutti ma che mi ha segnato: i “Blues Brothers”. Leggero e a tratti demenziale è un’alchimia perfetta di quello che può essere il cinema. Lo vidi a 14 anni e fu allora che decisi di voler fare questo lavoro. Ed è forse anche per quel film che in qualsiasi cosa che ho creato c’è finita dentro dell’ironia.L’altro film invece non poteva che essere un documentario. È “Searching For Sugar Man” di Malik Bendjelloul. Parlarne è riduttivo. Vedetelo.