In occasione dell’uscita di Apocalissi e conversione. Sulla catastrofe dell’occidente, terzo libro della collana Ellissi, edita da Villaggio Maori Edizioni, intervisto oggi l’autore, Cateno Tempio. Solo pochi giorni fa, alla presentazione del volume ha chiarito di non voler essere considerato l’autore esterno del libro, piuttosto il personaggio del libro stesso, così come quando si legge la Critica della ragion pura non si legge “un libro di Kant” ma si legge “Kant”. Ragion per cui non darò alcun avvertimento o cenno biografico.

Scrivi: «[…] o la catastrofe è insita nel pensiero occidentale, ossia il pensiero occidentale è la catastrofe per il pianeta; oppure il pensiero è la catastrofe per l’occidente e la salvezza per il pianeta in generale». Viene da chiedersi se sia ancora possibile una forma autentica di pensiero. Possiamo considerare Ellissi un tentativo di ritrovare la filosofia autentica partendo da ciò che la filosofia dovrebbe rigettare, ovvero l’accademismo?

Vorrei cominciare a rispondere mettendo in questione il concetto stesso di intervista, ossia questo modo tanto diffuso di porre domande a qualcuno. Ero molto restio a concedermi, e non certo per vezzo o per timidezza. Quando si pongono domande a qualcuno che cerca di scrivere un’opera filosofica, in che veste lo si sta intervistando? Se gli si chiede qualcosa in generale, è lo stesso che chiedere a un passante per caso pescato in strada. Se gli si chiede qualcosa circa ciò che ha scritto, lo si pone in un grave imbarazzo, perché ogni domanda in questo senso sembra denunciare un’insufficienza, un’incompiutezza del libro stesso. Senza voler istituire alcun termine di paragone, proviamo a immaginare di chiedere a Kant qual è il significato del termine “trascendentale”; oppure a Nietzsche di spiegarci una volta per tutte cosa sia la volontà di potenza. Credo che ci guarderebbero di sbieco rimandandoci alle loro opere.
Per quanto mi riguarda, ho rifiutato da tempo di identificarmi quale “autore” di qualcosa, come hai notato anche tu in apertura. Quindi non ho “autorità” alcuna nel rispondere. Aspiro a essere personaggio del libro, dici bene; ma è impossibile intervistare i personaggi di un libro. Cosa significa? Che questa sarà un’intervista impossibile, proprio alla stregua di quelle che Manganelli, Calvino e altri facevano a personaggi immaginari o defunti. Risponderò così: come un personaggio che non esiste.
Del resto – e qui comincio a rispondere nel merito alla tua domanda – Ellissi è una collana tutta inscritta in qualcosa che non c’è, che è venuto a mancare da per sempre. Non a caso il motto presente in ogni prima pagina dei libri che la compongono recita: Manca sempre qualcosa. Al meno un libro. Dunque è appropriato che a rispondere su questa collana sia qualcuno che non c’è, o quantomeno che non vorrebbe esserci.
Proprio all’opposto della filosofia accademica, con tutti quei professoroni onnipresenti in festival, vetrine televisive, salotti, giornali e rotocalchi… Mentre il pensiero c’è per non esserci, coltiva, come diceva Sgalambro, la segreta aspirazione a non pensare. Eppure c’è una bella differenza tra il pensiero che coltiva l’aspirazione a non pensare e chi invece si affanna senza essersi mai imbattuto nel pensiero stesso. In fondo cos’è l’accademismo? L’incapacità di accedere al pensiero, incapacità che nell’ambito dello scritto si mostra come la presenza preponderante dell’autore a scapito del testo. Ogni volta che in un testo si “avverte” l’autore, allora quella è un’opera accademica che nulla spartisce col pensiero. Il cosiddetto autore filosofico, invece, tende a svanire, a risolversi nello scritto, a farsi tutto scrittura. Elide la sua persona. L’ellissi, in fondo, è soprattutto questo: il venire a mancare dell’autore.

Apocalissi e conversione non è l’unico volume della collana di cui sei autore, hai scritto anche Quel che viene a mancare assieme a Davide Dell’Ombra, un libro che è un po’ il manifesto della collana poiché non è accademico, non ha numero di pagina, non ha rispetto, non ha logica, non ha contenuto, non è classificabile in genere. La filosofia ha ormai adottato quasi esclusivamente il genere saggistico, abbandonando la varietà di generi della filosofia classica. È una perdita solo formale?

Se si perde la forma, si perde tutto. Con la perdita formale si è perduta la filosofia. Ovviamente, la quasi esclusività del genere saggistico è una caratteristica della filosofia schiettamente e grettamente accademica. Tanto che possiamo continuare a chiamarla “filosofia” solo per abitudine a un uso distorto del termine, anzi anemico, vuoto. L’accademismo ci ha abituati alla saggistica trita e ritrita, noiosa, inutile; e tutto questo perché – snaturando in buona parte la filosofia, il pensiero – si è concentrata sulla “scientificità”. Questi accademici hanno il problema della quantità, del “peso” delle loro pubblicazioni. Hanno creduto di poter fare della filosofia un lavoro, ma ovviamente in tutto questo la filosofia li ha perduti per strada, anzi li ha inchiodati alle poltrone.
Il libro che porta sul titolo, pendenti come una spada di Damocle, quei due cognomi così bene assortiti – Tempio Dell’Ombra – è anche una satira esasperata, una canzonatura, un dispetto fanciullesco fatto ai saggetti scientifici che l’accademismo ci propina. È una monelleria, da questo punto di vista. Una linguaccia che cerca il bello stile.
copertina-miniQuel che viene a mancare fa finta di essere un libro su Carmelo Bene. In realtà vi orbita attorno (e si potrebbe dire che descrive un’orbita ellittica, appunto). Forse Carmelo Bene è il meno citato in tutto il libro, il venuto a mancare per eccellenza. In quel testo, sostanzialmente, abbiamo giocato, inventando da noi le regole: la serietà del gioco, poi, consiste nel seguire fino in fondo le regole che si sono stabilite.
Proprio all’inizio, vi si dice – con Deleuze – che la forma filosofica dovrebbe seguire l’esempio dell’arte contemporanea, che ha disintegrato la figura, che è esplosa in mille sperimentazioni, che si è dedicata al collage. Ecco, se dovessi paragonare quel libro a un’operazione artistica, credo che l’esempio più calzante sia quanto ha fatto Francis Bacon coi ritratti di Innocenzo X. Noi abbiamo utilizzato Carmelo Bene (o forse sarebbe meglio dire che ci siamo fatti utilizzare) per cercare di mostrare cosa può fare la forma filosofica.

Torniamo ad Apocalissi e conversione. Riprendendo Novalis, parli di “pretesa universalità del cristianesimo”. Identifichi la globalizzazione col cristianesimo e, dunque, con l’occidente. Possiamo considerare le crociate come principio storico del processo di globalizzazione come oggi l’intendiamo?

Il problema non è tanto il cristianesimo in sé, quanto il monoteismo elevato a sistema. Da un certo punto di vista si possono considerare le religioni tutte allo stesso modo, ossia come mitologie (ma questo è un modo garbato, da studioso, per dire che secondo me sono tutte balle). Tuttavia c’è un salto, un abisso tra le guerre antiche e le guerre dal medioevo in poi. Quando due eserciti antichi si fronteggiano, gli dèi vengono chiamati in causa direttamente, ma come un mero strumento, come qualcuno che può fornire un aiuto concreto, che può combattere al fianco dei soldati. Nell’Iliade gli dèi a volte vengono feriti dagli uomini e addirittura sono costretti alla fuga. Ma il punto è che gli dèi antichi sono gli stessi per tutti: egizi, fenici, greci, romani adorano gli stessi dèi seppure con nomi diversi. Jan Assmann, un egittologo, ha chiamato questo fenomeno “traducibilità religiosa”. Per questo i conquistatori antichi non avevano quasi mai problemi riguardo alla religione; invece la storia occidentale è tutta costellata di guerre di religione e di conversioni forzate. Certo, la guerra è sempre guerra, con il suo carico di sofferenze e morti; ma sto semplicemente affermando che la religione non era una componente essenziale delle guerre antiche, mentre poi lo è stata e lo è tuttora, anche se spesso nascostamente o indirettamente.
Con l’avvento del cristianesimo e del monoteismo in generale è avvenuta una frattura: l’unico Dio è anche il garante della verità, è verità egli stesso, mentre gli dèi antichi al massimo potevano mostrarla, quando non mentivano spinti da qualche capriccio fin troppo umano. Combattere all’ombra dell’unico Dio significa farsi portatori dell’unica verità. Come può essere una guerra sbagliata quella combattuta da chi crede nell’unico e vero Dio? Come può non essere nel torto chi non riconosce la santa verità? Ogni guerra combattuta dall’occidente è una guerra santa, una crociata. Da questo punto di vista, le crociate propriamente dette non svolgono il ruolo di principio storico, ma semmai arrivano in ritardo rispetto all’elaborazione teorica. Dopo la caduta dell’impero romano, anzi, prima ancora, con l’imperatore Costantino e il Concilio di Nicea (nel 325) è già tutto pronto, abbiamo già in nuce l’assetto cristiano e totalitario dell’occidente. Le crociate propriamente dette sono arrivate quando alla teoria si è potuta affiancare la prassi, ossia quando l’occidente ha avuto la forza di applicare i propri princìpi, ha potuto fare valere (e qui Marx ci scuserà) la logica delle armi oltre alle armi della logica.

Scrivi: «Se l’animale non ha alcuna colpa del suo stato, in quanto non può innalzarsi al di sopra della propria animalità connaturata, l’uomo che rimane allo stadio barbarico si colloca al di sotto dell’umanità, pur potendo e dovendo aspirare a una condizione superiore. L’umanità ha dovuto e deve preservarsi dagli assalti barbarici, come i primi uomini si difesero dalle zanne della tigre dai denti a sciabola. L’uomo barbaro è colui che conserva ancora i tratti dell’animalità, ricoperti e appesantiti dall’aggravante della colpa. L’uomo inumano è essenzialmente colpevole.»
Qui, oltre che religiosa (in quanto la colpa costituisce la frusta della biga, per trasfigurare il mito platonico), la questione diventa morale e, oggi, la morale si identifica quasi totalmente con la religione. Perché non si parla più di morale in senso filosofico?

Perché la filosofia non sa che farsene della morale. In fondo, ogni buon filosofo è profondamente immorale, ha la consapevolezza che la morale non conta nulla. È sotto gli occhi di tutti che ognuno si conduce a modo suo, poiché quando una passione, un istinto, una funzione meramente biologica o fisiologica ci spingono da qualche parte, non possiamo fare a meno di seguirli. Ma che dire in questo campo che non sia già stato detto da Nietzsche inAurora e soprattutto nella Genealogia della morale? È la goccia di sangue in più o in meno nel nostro cervello che può decidere tutto, senza che ne abbiamo contezza; è un istinto che prevarica un altro istinto che può farci risolvere a un’azione piuttosto che a un’altra. Anche il trattenersi è un istinto, una passione; anche la ragione lo è. La morale, per essere seguita, ha bisogno di una coercizione, interna o esterna. Insomma, di preti e polizia, di colpa o carcere. La colpa è la nozione meno filosofica che esista, ossia è quanto di più religioso possa darsi. Non è un caso che il popolo più filosofo, i greci antichi, ignorava la colpa, almeno così come la intendiamo noi imbevuti di cristianesimo.

Pasolini diceva che scandalizzare è un diritto. Essere atei, in un mondo governato dall’occidente cristiano, genera ancora scandalo. Cosa credi scandalizzi più di ogni cosa?

In quell’intervista – l’ultima, pochi giorni prima di morire ammazzato – Pasolini aggiunge che essere scandalizzati è un piacere e chi rifiuta questo piacere è un moralista. Quindi come fare provare il piacere dell’ateismo ai moralisti religiosi? Mi sembra che rifiutino per partito preso il piacere che deriva da questo tipo di scandalo. Peggio per loro, io me lo godo tutto.
A scandalizzare sono sempre le stesse cose: l’immoralità, il sesso, la morte. È una cosa che non cambierà mai. C’è un’innocente beatitudine nello scandalo incosciente di due ragazzi che si accoppiano alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti. Eppure c’è qualcosa che scandalizza ancora di più dell’incoscienza che non bada alla morale: la consapevolezza del pensiero. Che due ragazzi si accoppino in strada può essere considerato un episodio passeggero, da scusare con le tempeste passionali della gioventù. Ma come scusare un pensatore che, argomentando seriamente, propugna il libertinismo, l’ateismo, l’assoluta inconsistenza di ogni principio morale? Allora la faccenda non è più un gioco da ragazzi, ma mostra come lo scandalo più grande sia il pensiero stesso, questa irriducibile voglia di scandagliare e criticare ogni singolo aspetto della realtà, per sottrarlo ai luoghi comuni, alla morale, alla religione, per consegnare se stessi alla libertà assoluta. Il pensiero è lo scandalo più grande, e farsene scandalizzare il piacere più intenso.