Ogni volta che mi viene in mente uno scrittore sudamericano, automaticamente scatta nella mia immaginazione un mondo fantastico, magico e surreale. Miti popolari che si intrecciano alla realtà, credenze magiche che si intrecciano alla storia, personaggi fittizi con poteri sovrannaturali che reggono i fili del racconto. Pensiamo a Isabel Allende e il suo La casa degli spiriti, Jorge Luis Borges e il suo Aleph o Luis Sepulveda e il suo La gabbianella e il gatto.

Ma l’autore che si aggiudica il primato di scrittore stregone è Gabriel Garcia Marquez, premio Nobel per la letteratura nel 1982, morto lo scorso Aprile. Simbolo per eccellenza del realismo magico di Marquez è Cent’anni di solitudine, pubblicato nel 1967. Sono molto sicura che il film è più popolare, ma altrettanto sicura che leggere il libro è un piacere inestimabile di cui non potete privarvi. Storia di un Paese, la Colombia, e di una famiglia, la Buendìa, lunga sette generazioni. Tanti personaggi, tante storie, così tante che si rischia di perdere il filo. Ma la maestria di Marquez ci guida impeccabilmente nell’inestricabile matassa di eventi. Simbolo per eccellenza del realismo magico di Marquez è Cent’anni di solitudine, pubblicato nel 1967. Sono molto sicura che il film è più popolare, ma altrettanto sicura che leggere il libro è un piacere inestimabile di cui non potete privarvi.

Stile magico-realista il suo, perché la sua scrittura nasce e si concentra su miti e credenze popolari: storia e magia intrecciati in un unico nodo. Garcia Marquez crea un mondo fantastico, quello di Macondo, per spiegare la realtà in cui vive, non si sa bene se a se stesso o se ai suoi lettori. Di certo è che entrambi godranno del risultato. Cent’anni di solitudine e di storia che si susseguono solo come la storia sa fare, ciclica e ripetibile.

Un altro romanzo, autobiografico, ma non meno magico, particolarmente brillante, che ha stuzzicato la mia curiosità sulla vita di uno scrittore, fino a saziarla è Una vita per raccontarla. Marquez ci racconta, appunto, la sua vita fino a poco prima dei trentanni, quando decide di lasciare la Colombia per trasferirsi in Europa ed iniziare così la sua carriera di scrittore e giornalista.

Il racconto parte da un viaggio che il ventitreenne Gabriel compie insieme alla madre verso la sua città d’origine per vendere la casa della sua infanzia.

“Ogni cosa, solo guardandola, suscitava in me un’irresistibile desiderio di scrivere, così non sarei morto.”

Leggendo questo libro mi sono trovata a vedere paesaggi incantati di una Colombia caraibica, foglie verdi lucenti, cascate luccicanti, percorsi e strade tortuosi e vagamente pericolosi a dorso di un mulo. Un viaggio, dunque, non solo fisico, ma strettamente introspettivo, che afferma i capisaldi della sua scrittura.

È ancora la sua famiglia raccontata in queste pagine, la sua storia. Il suo mondo diviso in due, quello femminile, magico, dei racconti sovrannaturali e delle credenze popolari della nonna e della madre. E quello maschile, politico, della Guerra civile del nonno. Quello del giorno e quello della notte, come li contraddistingue lo stesso scrittore.come la “solitudine” che lo perseguiterà nei suoi romanzi, una solitudine intellettuale di cui soffriva nel suo Paese d’origine, una mancanza di stimoli, non solo culturali, ma anche storici. O ancora la vita da bohémienne a Bogotà, “una remota, lugubre città dove una pioggia insonne cade dal sedicesimo secolo”, lontana dal caloroso mondo caraibico di provenienza.

Il percorso di un giovane uomo, che decide di opporsi e ribellarsi al desiderio del padre di diventare avvocato, seguendo la sua più grande passione: scrivere. Un uomo che decide di allontanarsi da quella sicurezza della madre patria per esplorare il Vecchio mondo.

“Volevo essere uno scrittore da quando sono nato. Avevo la volontà e la disposizione e l’animo e la attitudine per essere uno scrittore. Ho sempre scritto, mai ho pensato di poter fare qualsiasi altra cosa. Mai ho pensato di poter vivere di questo ed ero disponibile anche a morire di fame per essere uno scrittore”.

Un altro capolavoro di Garcia Marquez è L’amore ai tempi del colera del 1988. Anch’esso trasposto in film. Storia di un amore romantico, antico, d’altri tempi espresso tramite lettere segrete e poesie. Ma anche amore fisico di interminabili lune di miele al mare e di bordelli e puttane. Amore adolescente appena scoperto, ancora inesplorato e amore adulto, che può arrivare a ferire e a far provare dolore quanto il colera. Il tempo, contrassegno di Marquez, appare in questo romanzo tramite il passato capace di trasformare il presente e la memoria che è capace di far trasfigurare e riscattare quello che è successo nel passato.

“La vita non è quella che uno ha vissuto, ma quella che uno ricorda e come la ricorda per raccontarla”.

Sullo sfondo ancora paesaggi tipici di un Sud America malandato. Le strade polverose della città, il porto con le grandi e vecchie navi, i mercati sovraffollati e rumorosi, la differenza tra classi sociali che si appiattiscono di fronte alla piaga che incombe: amore o colera che sia.

Fatti e personaggi improbabili che si intrecciano. Un prete che insegna latino e francese a un pappagallo, un indovino che predice il destino di due giovani donne con precisione inquietante, una serie di amanti che si suicidano inalando cianuro.

Infine, mi piacerebbe chiudere questa breve, ma spero utile, panoramica sull’autore più interessante di questo e dello scorso secolo, con la sua ultima pubblicazione Memoria delle mie puttane tristi, scritto a quasi ottant’anni, sarà il suo ultimo lavoro, il suo lascito, le sue memorie, probabilmente.

Il protagonista è un novantenne, cronista di un piccolo quotidiano, con un desiderio: deflorare l’ultima delle nuove puttane del bordello in città. Una quattordicenne, sedata con un misto di bromuro e valeriana, che giace nel letto come se fosse appena stata partorita dal ventre materno. Innocente e fresca.

Un Marquez quasi pudico, al contrario dello schietto e diretto di Cent’anni di solitudine eL’amore ai tempi del colera.

” Ho la reputazione di uomo misero perché nessuno può immaginare che sono così povero da vivere dove vivo, ma la verità è che quella notte era molto lontana dai miei mezzi”.

Conseguenza di questa notte sarà una vera e propria ossessione del vecchio uomo per la giovane prostituta. Una passione che riverserà nelle colonne del suo giornale trasformate in lettere d’amore. Lettere che ognuno può far proprie, scritte per ogni tipo di occasione, per ogni tipo d’amore.

Gabriel Garcia Marquez ha lasciato il segno di pagine indelebili. Un uomo modesto che in un’intervista fatta poco prima di ricevere il premio Nobel dichiara di voler essere un “buen escritor”, un bravo scrittore, o di continuare ad esserlo se non lo è stato ancora abbastanza. Una devozione per la scrittura, l’immaginazione, la fantasia impeccabile. Una passione da imitare, una storia da fare propria.