Cangiante e impreziosito da molteplici sfumature, quello di furor è un topos, un itinerario, che si snoda a partire dalle radici classiche lungo tutta l’era moderna, percorrendo – anche in modo larvato – l’arte, la letteratura, le riflessioni estetiche. Il termine nasce come sinonimo di ira, per poi acquisire il significato di ebbrezza alcolica (il furore dionisiaco), di ispirazione poetica, di amore per la vita contemplativa. L’estasi o furore profetico pervadeva la Pizia, sacerdotessa di Apollo, durante le sedute oracolari. “Furioso” qualifica l’Orlando di Ariosto; l’impulso del poeta a scrivere è furor natio in Vittorio Alfieri; astratti sono i furori, generati dall’impotenza di fronte al genere umano perduto, di Elio Vittorini in Conversazione in Sicilia.

Ebbri di furor sono due eroi, combattenti nella guerra di Troia, tra i protagonisti assoluti dell’Iliade: Achille e Aiace. L’uno è il guerriero più prestante tra le file dei Greci, invulnerabile tranne che nel tallone; l’altro è cugino di Achille, unico tra i Greci a non accettare l’aiuto degli dei. Entrambi coltivano passioni indomabili con inflessibilità, sono monolitici nella loro statuaria grandezza. Nel personaggio di Achille il furore è un vero e proprio leitmotiv, nel significato primitivo di ira, che miete morti e porta distruzione. Il nemico Ettore uccide il suo amato cugino Patroclo: folle di dolore, Achille fa strage di Troiani, in un duello uccide Ettore e ne trascina il cadavere, legato al carro, per nove giorni attorno alle mura della città. Impartisce una lezione magistrale di vendetta ai nemici, a chiunque annichilisca il suo mondo di affetti.

Con la vicenda di Aiace, il furor viene declinato come insania mentale che fa sprofondare il personaggio in un vortice di vergogna e desolazione. Aiace è arrabbiato perché non ha ottenuto le armi del defunto Achille dai generali greci, che le affidano invece a Odisseo. La dea Atena infonde su Aiace una follia momentanea, a causa della quale fa strage di un branco di pecore e montoni, credendo si tratti di soldati greci su cui riversare rabbia e frustrazione. Rinsavito e perso completamente l’onore, si lascia morire sulla spada che Ettore gli aveva donato al termine di un duello.

Nell’Iliade il furor è pervasivo, si staglia tra le nubi di una guerra sanguinaria, nelle tende dei generali che meditano lo stratagemma rovinoso del cavallo e nel dolore delle vedove che salutano per l’ultima volta i mariti destinati a perire atrocemente.

È Didone nell’Eneide virgiliana, connotata costantemente come furens, «colei che s’ancise amorosa /e ruppe fede al cener di Sicheo», a diventare vessillo di furor, di una passione amorosa infausta. Enea, prima di arrivare nel Lazio e originare per volere divino la stirpe che fonderà Roma, approda a Cartagine. Durante un banchetto racconta le sue peripezie, mentre la regina Didone tiene in braccio il figlioletto di Enea, Ascanio. Cupido la colpisce al cuore; lei, benché vincolata dal giuramento di fedeltà al defunto marito Sicheo, cede alla passione per l’eroe troiano, che è sul punto di abbandonare il progetto divino per restare al suo fianco. Richiamato dagli dèi, Enea, campione di razionalità e religiosità, è costretto a ripartire, non prima di averlo annunciato alla regina. Didone dialoga con il suo amato tra gemiti e lacrime, afferra il grumo di furore adirato che ha nel cuore e lo scaglia addosso ad Enea, con accuse di ingratitudine e insensibilità, con promesse di vendetta. Non appena le navi troiane salpano dalla costa cartaginese, Dido furens si uccide: «Non moriva né per il fato né per la morte meritata/ma infelice e accesa da improvviso furore» (Eneide vv. 696-697), invasa dal dolore sordo e irrazionale dell’abbandono.

Più di millecinquecento anni dopo Virgilio, dopo varie rifunzionalizzazioni semantiche, è il filosofo Giordano Bruno a incardinare sul tema del furore la raccolta di dialoghi Degli eroici furori (1585). Qui individua tre specie di passioni umane: l’amore per la vita pratica e quello per la vita oziosa, propri degli uomini di barbaro ingegno, e l’amore per la vita speculativa. Il furioso è lucidamente consapevole che la verità, così come la realtà, non è riconducibile ad un’unità statica, ma venata da infinite sfaccettature. È questo il discrimine con il sapiente, espresso nel quinto dialogo della prima parte: questo «si muta con la luna», il furioso «si muta come la luna». Mentre il sapiente si adegua al ritmo delle mutazioni, il furioso coglie l’impossibilità della reductio ad unum: il reale è scisso in sfumature diversificate, non è semplice contrapposizione degli opposti. Attento a questa molteplicità, rompendo con le leggi del fato, il furioso ha l’ardire di aspirare all’Uno (che in Bruno è Dio) e di agguantarlo attraverso la contemplazione della bellezza divina, immanente nell’universo. L’anima, «rapita sopra l’orizzonte de gli affetti naturali […] vinta da gli alti pensieri, come morta al corpo, aspira ad alto». Aspirazione e ritorno all’uno diventano conquista, eroico furore; si trasfigurano in atto conoscitivo, anelito di libertà.