Sul finire di Cineterra 03, nel Dicembre dell’anno scorso, il 2014, abbiamo visto “Dio delle Zecche, storia di Danilo Dolci in Sicilia” di Leandro Picarella e Giovanni Rosa; primo appuntamento di alcuni legati ad un Laboratorio di “Formazione all’Attivismo Sociale e Culturale”. Al film seguì, alla presenza di Leandro Picarella, una discussione tra noi tutti circa il suo significato, del film, e circa, per così dire, di molto altro. Alcuni mesi dopo ho pensato di tornare su quei temi e sulla giornata anche per conservarne un ricordo scritto.
Buona lettura.

NdR: l’incontro manca di alcune riflessioni di Giovanni Rosa; verranno accorpate quanto prima.


Dunque prima di parlare del vostro film desidero riflettere con voi di Attivismo Socioculturale. Noi nel nostro piccolo ce ne occupiamo e voi in qualche modo l’avete affrontato con il lavoro su Danilo Dolci. Vorrei chiedervi se ci credete davvero e cos’è per voi. 

Leandro: L’attivismo socioculturale unito a una giusta disobbedienza civile – per dirla alla Goffredo Fofi – è fondamentale innanzitutto per scoprire o ri-scoprire il valore dell’essere umano tra gli esseri umani.
Giovanni: L’attivismo è uno tra gli strumenti per il risveglio collettivo. Danilo Dolci sperava all’inizio del suo lavoro in Sicilia di vedere i frutti del cambiamento nell’immediato. Col tempo, però, ha capito quanto trasformazioni così profonde e radicali fossero simili ai semi delle piante. Ci vuole il giusto tempo affinché possano crescere e in alcuni casi diventare alberi.


Come nasce l’idea di fare un documentario riguardante la figura di Danilo Dolci? Il vostro fine è solo quello di far conoscere questa figura, oppure avete altri intenti?
Giovanni: Sembra assurda, se ci pensate, l’assenza dello studio dell’opera politica, culturale e letteraria di Dolci nei programmi scolastici, così come di altri temi e figure di cui sconosciamo l’esistenza o il significato ma che hanno favorito il cambiamento in meglio di migliaia di persone. Ciò che Dolci ha fatto per la Sicilia ha a che fare con il senso profondo del termine e dell’atto di sacrificarsi per qualcosa. Non solo per un ideale, ma per un mondo nuovo. Tutto questo è maturato negli anni, e proprio qui, a due passi dalle nostre case, coinvolgendo gente di ogni sorta, donne, bambini, operai, contadini. Ovviamente esiste un motivo per cui tanta gente non sa quasi nulla di Dolci, e il motivo è che Danilo ha rotto le scatole al potere per oltre quarant’anni, e la storia ci ha amaramente insegnato che non puoi pretendere di rompere le scatole al potere senza subirne le conseguenze, lente e dolorose. Se poi pensiamo che i principali nemici di Dolci sono stati i partiti politici più potenti di allora (DC, PCI) e buona parte della Chiesa Cattolica, allora puoi capire nel profondo quanta forza avesse quest’uomo per resistere al tempo, inventandosi giorno dopo giorno. Una grande lezione di umanità, a mio parere.
Leandro: Il documentario è nato proprio dal desiderio di raccontare sessant’anni di storia siciliana e italiana attraverso il sacrificio e l’umanità di Dolci.


Dolci vedeva significato anche negli aspetti più semplici della vita. Cosa avete appreso conoscendo la storia e l’opera di Dolci? Qual è secondo voi la sua lezione?
Leandro e Giovanni: Il senso della sua opera si esprime, secondo me, in queste poche righe:

C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato. 

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.


Cesare: Nella realizzazione del vostro lavoro, quali aspetti della storia di Danilo avete deciso di mettere in luce durante il documentario? Perché?
Leandro: Da un punto di vista cronologico, l’intera avventura di Dolci in Sicilia si può dividere in periodi, quasi decadi, in un lasso di tempo che parte dal dopoguerra e che si conclude, per così dire, nel 1997, con la morte di Dolci. Ogni fase della vita e del lavoro di Dolci, però, è permeata di un unico, grande, punto cardinale: il lavoro educativo. In questo senso, non abbiamo fatto altro che studiare tutti questi differenti periodi e fasi della vita di Dolci – in cui viene facile trovare un naturale parallelismo con la storia d’Italia degli ultimi sessant’anni – in un viaggio all’indietro nel tempo attraverso lo sguardo del figlio più giovane di Danilo: En. Uno sguardo limpido e quasi incredulo sul passato e sulle proprie origini.
Giovanni: Per fare ciò ci siamo serviti anche di materiale d’archivio davvero incredibile. In particolar modo mi sembra giusto citare Gianfranco Mingozzi e il suo La Terra dell’Uomo. Tre puntate da un’ora ciascuna prodotte dalla Rai negli anni ’80 e mai andate in onda; un viaggio nella Sicilia che cambia; un ritorno, in realtà, perché già negli anni sessanta Mingozzi aveva provato a realizzare un film chiamato “La Violenza”, con protagonista Dolci e il suo lavoro con gli abitanti di Partinico. Siamo riusciti grazie all’aiuto della Cineteca di Bologna a rintracciare un’ultima copia di La terra dell’uomo in un rovinatissimo VHS. Materiale, comunque, stupendo.

Quanto tempo ha richiesto questo progetto e quali sono state le maggiori difficoltà? Il prodotto finale è quello sperato?

Giovanni: Sei mesi di ricerca e scrittura e sei mesi tra realizzazione e post produzione. Credo il risultato sia un buon documento storico e una bella storia umana, da un lato Danilo Dolci e la Sicilia, dall’altro il percorso di ri-scoperta di En.


Ci sono distributori interessati a far conoscere il vostro documentario su tv, web o cinema?

Giovanni: Il lavoro è una produzione del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo, per cui non è un film commercializzabile trattandosi di un progetto inserito nell’attività didattica. Tuttavia, la scorsa estate, abbiamo ricevuto l’interessamento da parte della Federazione Italiana Cinema d’Essai, interessata, appunto, a diffondere il film. Ma purtroppo non dipende da noi. Il film ha molti estimatori tra registi, documentaristi, storici, sociologi e saggisti. Insomma, l’interesse non manca, ma sappiamo bene quanto l’interesse culturale conti ben poco, oggi.

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Approfondimento: Leandro Picarella e il Cinema. 

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Alcuni giorni dopo, approfittando della conoscenza nata con Leandro Picarella, durante i giorni passati nel nostro paesino, per la proiezione de “Dio delle zecche”, ho pensato di fargli alcune domande sul mestiere del Cinema. Spero che oltre a me sia di stimolo anche ai ragazzi di Lab. Cinematografia Regalbuto e a chiunque desideri saperne di più sull’argomento.

Com’è avvenuta la tua formazione? Provieni dal centro sperimentale di Palermo. Cosa ti ha dato? Parlaci un po’ di questa realtà? Cambieresti qualcosa di essa?
Ho studiato musicologia Palermo prima di trasferirmi a Firenze dove ho frequentato la facoltà di Lettere fino al 2010. Nel frattempo ho frequentato una scuola di cinema locale; ho anche lavorato un po’ nel settore editoriale e in quello dell’organizzazione di spettacoli teatrali e eventi. Il centro sperimentale è arrivato come ultima tappa di un percorso. Il CSC Sicilia credo sia una piccola isola felice nel cuore del mediterraneo. Un’isola assolutamente migliorabile ma viva, concreta. Studiare al CSC mi ha aiutato tanto, hai la possibilità di dedicarti al cinema ogni giorno per tre anni, confrontandoti con professionisti del settore e facendo esperienze lavorative concrete non indifferenti, che invece vengono spesso a mancare nei percorsi universitari.


Quali consigli daresti a un giovane che vuole “fare cinema”?

Di studiare tanto, di provare, fallire e riprovare. Ma lo studio deve essere la base, soprattutto oggi; sia in forma accademica che non, coltivando soprattutto interesse per ciò che sta alla base del linguaggio cinematografico: la filosofia; viviamo tra le immagini, noi stessi non sappiamo più dove finiscono le differenti realtà e comincia il cinema, il documentario, lo spot o il servizio giornalistico. Il grande Franco Maresco, anni fa, mi disse in un incontro al Centro Sperimentale quanto fosse ormai difficile trovare per strada gente disabituata all’obbiettivo di una video camera e di come venisse naturale, per uomini o donne di differenti etnie e stato sociale, mettersi in posa. In qualunque momento.
Proprio per questo, oggi, chi vuol fare cinema o produrre immagini, deve secondo me fare necessariamente i conti con un mondo che si riflette in miliardi di specchi. E in un labirinto di specchi perdersi è molto facile.


Qual è la tua idea di cinema? Cosa deve o non deve essere per te?
Sono già stati scritti centinaia di libri su cosa sia o non sia il cinema, per questo a chiunque mi fa questa domanda consiglio sempre di leggere Scolpire il tempo di Andriej Tarkowskij oNote sul cinematografo di Robert Bresson. Sull’argomento meglio di loro non può rispondere nessuno. Credo comunque che ciò che chiamiamo cinema sia innanzitutto arte e proprio per questo deve necessariamente tendere alla crescita dell’essere umano, ovvero la possibilità di interrogarsi sul senso profondo della propria esistenza.


Guardando la realtà attuale, 
che tipo di preparazione prediligi: “accademica”, oppure preferisci essere “autodidatta” e creare una fitta rete di condivisione e collaborazione.
Non credo ci sia una strada migliore di un’altra. Dipende da chi la percorre. Nel percorso accademico ho avuto modo di incontrare persone che mi hanno aiutato a pormi domande importanti, la stessa cosa è accaduta nella mia vita fuori dall’Università o dal Centro Sperimentale, quindi non so dirti quale sia la strada migliore. Non c’è mai.


Quando sei stato da noi, alcuni mesi fa, per la presentazione di “Dio dio delle zecche”, ci hai accennato dell’idea di un “centro di sperimentazione dell’immagine” qui in Sicilia, a Catania. C’è qualche novità? Cosa dobbiamo aspettarci?
L’idea è quella di creare un centro in Sicilia, nella provincia di Catania, uno studio di post-produzione cinematografica audio/video, che permetta alle società di produzione che vengono a girare in Sicilia, di finalizzare i propri lavori nel nostro territorio. Parallelamente a questo, ciò che vorremmo creare con il finanziatore del progetto dei corsi annuali di alta formazione sul visual effect e il color grading. Insomma, contribuire a creare professionalità in Sicilia ad oggi totalmente assenti.


Attualmente stai lavorando al tuo prossimo film, sappiamo che sei in chiusura editing, puoi anticiparci qualcosa?
E’ un film sulla ritualità magico/religiosa nella Sicilia di oggi, frutto di un paio d’anni di ricerche in questo piccolo paese della provincia di Agrigento: Caltabellotta. Un paese stupendo dal punto di vista naturalistico e affascinante per la sua storia. Ho cercato di evocare quella Sicilia arcaica ormai quasi del tutto scomparsa, tuttavia è ancora possibile riconoscere nei volti dei suoi abitanti, nel loro rapporto col mondo animale e vegetale, nella molteplicità dei rituali, un sapere antico che scandisce, ancora oggi, il tempo ed il rapporto tra uomo e natura.