È proprio vero, l’uomo è antiquato. Per due motivi: la sua bruta subordinazione alla macchina all’interno della società industriale avanzata e il suo oltrepassamento verso ibridi post-umani.

L’umanità s’è tolta il vizio di dio prima, dell’uomo poi. E così pure i Demikhov, il cui primo ep, #0 manca del cantato, dandoci una musica lobotomica, dal doom serrato e contaminato con stacchi ambient e tratti psichedelici. Questo il significato delle macchine e dell’esperimento dei cani a due teste del Dr. Vladimir Demikhov, da cui la band prende le mosse per la propria concezione estetica. Di certo c’è molto di più oltre al doom e all’improvvisazione alla base del lavoro. Ascoltare per credere, riecheggeranno nei vostri dispositivi acustici sensazioni languide (#3) e suoni ambient (#7 ½), dove il meglio viene raggiunto nell’omogeneità tra dissonanze e aritmia della terza traccia, fino alle prove rock con soli dal sapore settantino, come in #42. Facile riconoscere l’influenza di suoni e atmosfere esclusivi dei Pink Floyd (#3). (Un pizzico di post-apocalittico-rock: attira l’attenzione l’ultima traccia in cui le sonorità dei riff rimandano a quelle dei Tool, senza certamente tenerne i tempi.)

Tra il basso tagliente e mai troppo cupo e che ben ottempera alla mancanza di una seconda chitarra, fra la batteria precisa e dai suoni minimali, la band è un interessante esperimento per chi c’ha il ghiribizzo del postmoderno, ma abbastanza lontana dalle cifre, appunto, di tempi dispari come quelli dei Tool – non a caso scaturiti da formule e progressioni matematiche (il celeberrimo Lateralus, il cui ritmo riproduce le sequenze di numeri di Fibonacci) – su cui a mio avviso la band dovrebbe puntare di più. Così, perché non rendere musica gli algoritmi gloriosi della produzione? la sintassi del formalismo con cui operano le macchine?

Un modo per aggirare l’assenza del cantato e della questione dello strumentale? Il suggerimento sarebbe d’inserire di tanto in tanto registrazioni vocali che possano rafforzare meglio il senso generale delle singole tracce, sulla scia di quella usata per l’intro (#00). Potrebbe essere un interessante espediente tra Stalin, interventi al partito, feuilleton politici degli operai su produzione e rivoluzione, realismo socialista, per una band che si pone come laboratorio, officina, e gioca sul mash-up. Sebbene la simpatia sovietica, a differenza dell’arte epica dell’ortodossia CCCP, qui si schiara non nella fondazione di una linea, ma nell’impresa di scardinare ogni fondamento, nel fregiarsi del titolo di paladini del caos attraverso l’improvvisazione.

Ma i Demikhov per far meglio dovranno lasciare all’oblio della storia l’improvvisazione, sacrificandola in parte per perfezionare l’architettura dei pezzi e la tecnica del loro strumentale. Ciò non significa scadere in un formalismo di maniera. L’ep è solo un banco di prova, e il materiale c’è in gran numero e qualità per giunta: sarà tutta un’attesa verso il primo full-lenght, che dovrà superare le aspettative di un nucleo ancora primitivo e da affinare.

(L’ep si può ascoltare per intero su bandcamp.)