Malgrado la mia misantropia, mi innamoro facilmente e, altrettanto facilmente, mi impegno nella distruzione dell’oggetto amato. Si vive di contraddizioni: Sgalambro scrive un libro intitolandolo Della misantropia e lo pubblica; e io, che reputo insensato l’attivismo sociale, scrivo su una rivista che nasce proprio con tale intento.

Inaugurerò dunque il mio contributo parlando di ciò che fu l’alba e l’apice del mio amore per, ovvero cercando di recensire (termine che userò solo per convenzione)Dell’indifferenza in materia di società, opera tanto breve quanto diretta, edita per la prima volta nel 1994 da Adelphi. In libreria lo aprii, lessi le prime due righe: «Che ‘io’ debba essere governato: ecco da dove inizia lo scandalo della politica» (pag. 9), e non potei resistere dal comperarlo.

Il discorso filosofico è incentrato sul significato di società, la sua ormai stretta connessione con la politica e sulla differenza tra politica come avanzamento evolutivo della società di richiamo greco, classico, e la politica come redentrice, unica forma di liberazione dal male della società contemporanea. Tale differenza rimanda al senso della filosofia, opposto al ruolo della politica, poiché quest’ultima ha sostituito l’essere con la società, bassezza imperdonabile. Poiché, filosoficamente, siamo oggi governati dai teologi (l’ultimo filosofo che viene in mente ai più è Heidegger), l’individualità e il concetto sono perduti. Infatti, insiste Sgalambro, più che i filosofi, mancano i concetti e, più che i filosofi, rimpiange il concetto.

Sgalambro, a differenza della maggior parte degli amanti della filosofia, nega di avere avuto una cotta adolescenziale per Nietzsche, tanto lo disprezza come uomo quanta ammirazione nutre per i suoi concetti, e il concetto di cui si occupa è l’eterno ritorno dell’uguale. Qui, in una delle pagine più interessanti dell’opera, scrive che condivide la tesi di Nietzsche e, al tempo stesso, la rielabora aggiungendo: «ciò che ritorna, ritorna ogni volta meno di prima. Come se ogni volta ne diminuissero la vitalità e il vigore e vi fosse infine un definitivo ritorno che equivalesse all’immobilità. Attraverso il ritorno, tedioso e malinconico, le cose perderebbero a poco a poco ciò che la prima volta le contraddistinse, ne conserverebbero tutti i caratteri quasi rattrappiti ma non la vita. Come se un essere, un’epoca, un’opera, si ripetessero ogni volta perdendo qualcosa, pur negli immutati stampi. E in ultimo tutto» (pag.13). Perderebbero cioè la forza, intesa come causa, l’energia che anima. In fondo, basterebbe andare al bar o leggere i giornali per capire, ad esempio, a cosa si sia ridotta la militanza politica: un continuo diffamare e sputare su personaggi mediocri che poco tempo prima hanno conquistato la fiducia e il voto degli stessi pettegoli da bar, come se le chiacchiere compensassero.

«La politica è la tutela dei minorati», incalza Sgalambro, per cui torniamo alla citazione che mi convinse a comprare il testo: diventa quasi un’offesa essere guidati da un politico, un’umiliazione poiché egli crede di poter risolvere con la sua azione i problemi degli individui. Il politico vede l’uomo in senso animalesco, primordiale, e l’uomo vede e vota il politico con pari disprezzo poiché egli è lo specchio della società. Sgalambro ricorda le parole di Hippolyte Taine sulla prima Assemblea francese del 1791: «Sono un’accozzaglia di menti limitate, labili, impulsive, enfatiche e deboli; ad ogni seduta, venti macchinette parlanti si mettono a girare a vuoto, e immediatamente il principale potere pubblico diventa una fabbrica di stupidità» (pag. 24), cosicché subito si assiste al fallimento della rivoluzione e della democrazia, poiché il governo contava più corrotti che pigri rivoluzionari.

Nei confronti della società dovremmo condurre la stessa lotta che in epoca moderna portò al disprezzo della natura: «Certi istinti sociali sono non meno nocivi degli istinti naturali domati. Noi proveniamo dalla società – che, nell’equazione, si sostituisce allo stato di natura – ma è allontanandocene che prendono forma la nostra distinzione e una non ignobile virtù» (pag. 71). La politica ha sostituito la filosofia. Sgalambro esige che «la politica si regoli sulla metafisica», così da invertire la citazione precedente e poter screditare, aristotelicamente, chi vive al di fuori della vita della polis.

La metafisica deve riqualificare l’individualità pur nella molteplicità della società. Ma tale operazione è impossibile per due motivi fondamentali: anzitutto, l’essere individuale, detto “io sono”, ha una connotazione puramente egocentrica, gli altri “non sono”, la natura umana è vile e crudele non solo perché tenta di sopraffare gli altri, lo è soprattutto ontologicamente. Si dovrebbe poi accettare tale definizione e permettere dunque ad un ente siffatto di governarci, acclamarlo ontologicamente, diventare “non essere”, accettare di non essere e di non essere liberi, diventare, infine, un “ente sociale”. «In altri termini – spiega Sgalambro – se la politica ubbidisse alla metafisica, dovrebbe evitare di svegliare in essi non tanto gli istinti, sia pure i più brutali, ma proprio la ragione e la coscienza, tenendole per sé. Ma se seguisse fedelmente la metafisica, cioè l’ordine ontologico, la politica non dovrebbe perseguire nemmeno la giustizia e il sapere, inculcandone il senso negli esseri che predilige e quindi raddoppiando il male con il male» (pag. 79).

Non ci resta che scegliere tra il male e il male raddoppiato.