L’emigrazione è un’esperienza che da sempre ha accompagnato l’uomo, il quale ha inscritto nel proprio vissuto il dolore del distacco, la nostalgia del ritorno e il fascino dell’ignoto; essa non comporta solo il trasloco da un luogo geografico ad un altro, ma segna soprattutto il passaggio da una condizione esistenziale ad un’altra.

Dunque possiamo considerare la figura dello straniero come istanza fenomenologica ed esistenziale che attiene al cambiamento radicale non solo nelle condizioni di vita, ma soprattutto nel sentimento relativo alla propria soggettività e alle rappresentazioni che ha di sé e del mondo.

Nello specifico questo cambiamento radicale è inteso come “cambiamento catastrofico” (Bion). Il cambiamento catastrofico è un avvenimento che determina una sovversione dell’ordine o del sistema; di per sé non è un evento negativo a condizione che si realizzi attraverso il legame K (conoscenza). Con il termine “legame” Bion descrive un’esperienza emotiva in cui due individui o due parti di un individuo (parte psicotica e nevrotica della personalità) sono in relazione reciproca. Quando parliamo di un legame, troviamo sempre delle emozioni fondamentali, che sono amore (love) (L), odio (hate) (H) e conoscenza (knowledge) (K). Il legame K mette in relazione un soggetto che vuole conoscere con un oggetto che si presta ad essere conosciuto. Nel legame K l’“acquisizione di una conoscenza” verrà utilizzata per nuove esperienze di scoperta; invece nel legame -K, il disconoscimento porterà al “dominio di una conoscenza” .

Il dilemma centrale cui ci pone la figura dello straniero si dipana fondamentalmente nella dialettica tra riconoscimento e scoperta. Di per sé la metamorfosi implica il passaggio da una forma ad un’altra: questo porta al problema del riconoscimento. Al suo arrivo lo straniero non ha a disposizione un gruppo col quale identificarsi e col quale vivere il sentimento di appartenenza ad un sentire comune: ciò lo getta in una situazione di estraneità. Non può essere riconosciuto dagli altri, che di conseguenza hanno difficoltà ad attribuirgli un nome: qui il poter avere un nome equivale ad esistere. Non a caso lo straniero è il “barbaro”, ossia il “non umano”. Di fronte al nuovo e allo sconosciuto la comunità ricevente tende a negare la soggettività allo straniero dal momento che egli è percepito come un “intruso” rispetto alle proprie identificazioni culturali. Questa idea è perfettamente descritta nel romanzo di Kafka, “Il castello”: «Lei non è del Castello, lei non è del paese, lei non è nulla. Eppure lei è qualcosa, sventuratamente, è un forestiero, uno che è sempre di troppo e sempre tra i piedi, uno che vi procura un mucchio di grattacapi». È evidente il vissuto persecutorio dei nativi, che hanno bisogno di disumanizzare lo straniero, negando la sua esistenza come soggetto: da “qualcuno” viene trasformato in “qualcosa”. Questa costituisce la reazione più estrema; tuttavia al di là dei tentativi di accoglienza, lo straniero è comunque colui che in quanto diverso può essere sottovalutato o idealizzato, ma comunque è al di là della nostra comprensione, ossia della nostra capacità di contenimento, della possibilità di fungere da parola che possa contenere quel significato di cui il nuovo arrivato è portatore.

Un altro tentativo consiste nel costruire la rappresentazione dello straniero, ossia nell’inserirlo in categorie già date e familiari: ciò è un paradosso, dal momento che lo straniero è per definizione estraneo e quindi non familiare. Le rappresentazioni sociali (Moscovici) forniscono ad oggetti, persone, eventi una forma precisa, assegnandoli ad una data categoria e definendoli quale modello condiviso da un gruppo di persone. Si ricorre alle rappresentazioni in modo automatico, come una modalità per approcciarci alla realtà in modo superficiale (identificazione adesiva), senza approfondire il processo conoscitivo del nuovo (identificazione proiettiva). Le collettività non potrebbero funzionare se non si fossero formate quelle rappresentazioni sociali basate sull’insieme di teorie che esse trasformano in realtà condivise. Le rappresentazioni costituiscono parte integrante di noi stessi, dei nostri rapporti con gli altri, del nostro modo di giudicarli e di interagire con loro; definiscono inoltre il posto che occupiamo all’interno della gerarchia sociale e i nostri valori. Il problema si ha quando si dimentica la natura convenzionale delle rappresentazioni e si attribuisce loro la capacità di riprodurre la realtà oggettiva. La rappresentazione sociale assume qui una valenza difensiva nel tentare di depotenziare il cambiamento catastrofico che lo straniero presentifica.

Tuttavia può suscitare inquietudine non solo ciò che è ignoto, ma anche ciò che ci appare “insolitamente” familiare. Ci riferiamo al concetto di perturbante di Freud. La caratteristica specifica del perturbante è l’incertezza intellettuale: «il perturbante sarebbe propriamente qualcosa in cui per così dire non ci si raccapezza». L’emigrato si trova doppiamente iscritto nella categoria del perturbante. Abbandona tutto ciò che è heimlich, familiare, intimo, che procura un senso di protezione, di agio e di tranquillità; tuttavia, a sua volta, egli stesso può essere vissuto come una minaccia dalla comunità ospitante, in quanto, essendo rappresentante di altra cultura, di altri valori, di per sé non può essere iscritto a ciò che è conosciuto. Il termine “Unheimlich” non è immune da una certa ambiguità, poiché attiene a due ordini di rappresentazioni che sono estranee l’una all’altra: l’idea della familiarità e quella del segreto. Ciò che è familiare, che appartiene al focolare domestico, è anche sottratto ad occhi estranei: viene tenuto nascosto, segreto. Ciò che è tenuto segreto è al di fuori della conoscenza: quindi diventa non familiare. Unheimlich potrebbe essere reso con “inquietante”, “sospetto”, “ambiguo”, e designa comunque una sensazione di insicurezza o disagio.

Emigrare vuol dire disseppellire le radici dalla terra, così che queste vengano in superficie e siano visibili. Le radici che ognuno di noi possiede, che fondano il nostro senso di appartenenza, di condivisione e di identificazione con una certa realtà, sono qualcosa che noi stessi non conosciamo in profondità, proprio perché si trovano sottoterra: sono quindi tenute segrete, celate, non solo agli altri, ma anche a noi stessi. Lo “sradicamento”, il riportare in superficie le nostre radici, per venire in contatto con ciò che costituisce le nostre basi, comporta uno sconvolgimento con lo stato di cose esistenti: ciò che prima era in profondità, ora è in superficie (dall’inconscio al conscio). Lo straniero è perturbante, poiché è sconosciuto, ma allo stesso tempo vi è qualcosa in lui che non è totalmente estraneo: quindi continua a ricorrere l’ambiguità tra il familiare e l’ignoto. Il perturbante è sempre connesso con l’idea del doppio: la paura non sarebbe, pertanto, quella di trovarsi di fronte all’ignoto, ma quella di ritrovarsi di fronte a qualcosa o a qualcuno che non solo non è diverso, ma che addirittura è identico a noi. L’incontro di Robinson con Venerdì è l’unica situazione veramente perturbante del romanzo: Robinson è preso dal terrore dell’altro, quando vede, all’improvviso, un’orma impressa sulla sabbia, terrore irrefrenabile davanti ad una presenza immisurabile, proprio perché invisibile e inconoscibile, ma al tempo stesso simile a noi. Il perturbante è allora connesso con l’ambivalenza, di cui la figura dello straniero è espressione: egli è vicino e lontano (Tabboni): vicino nella presenza fisica, ma lontano nell’universo culturale cui fa riferimento

Lo straniero non è solo la presenza oggettiva dell’altro, ma è la presentificazione di una parte oscura e misteriosa in noi stessi. Si tratta di quelle parti di sé, arcaiche e primitive, che collochiamo nell’inconscio; il passaggio dall’inconscio al livello della consapevolezza è vissuto come hybris, come un andare oltre che è in ogni caso fonte di dolore e inquietudine. La paura di conoscere se stessi si traduce nel rifiuto o nella difficoltà di conoscere l’altro, lo straniero, che può essere identificato con gli aspetti più bui e misteriosi di noi stessi. L’identificazione tra lo straniero e la colpa è data dal fatto che lo straniero, per definizione, è colui che oltrepassa i confini, che dunque compie un atto di hybris. Questo fa sì che lo straniero possa assumere il ruolo di “capro espiatorio”.

I riti e le credenze culturali dello straniero vanno al di là delle nostre usuali categorie di conoscenza; quindi possono farci paura perché vengono collocati nell’arcano, nel primitivo, nell’arcaico, che l’uomo occidentale moderno tenta di sopprimere, avvalendosi della scienza e del pensiero razionale. Tramite l’identificazione proiettiva, l’autoctono colloca nell’oggetto-straniero gli elementi primitivi e arcaici che non può riconoscere dentro di sé. Quindi il confronto inter-culturale non è riferibile solo ad un ambito esterno, ma mette in discussione il campo delle identificazioni del mondo oggettuale interno.

Nel conoscere l’altro, l’io conosce se stesso; questo processo di conoscenza è contemporaneamente di riconoscimento e di scoperta. Il riconoscimento porta all’idem, all’appartenenza, alla condivisione di significati e modi di vedere e agire la realtà che sono tramandati nel tempo attraverso il codice culturale. La scoperta concerne la dimensione dell’autòs (Napolitani), del “vero Sé” (Winnicott), di quella componente del tutto originale e creativa, che si esplica nella sua capacità autopoietica e simbolopoietica, dunque nella capacità di trasformare se stessi e la realtà. La reciproca conoscenza è un percorso non esente da difficoltà: la fuga (nell’onnipotenza, nell’idealizzazione, nella negazione) è la via più facile, mentre osare essere consapevoli della realtà richiede del coraggio (Bion): il coraggio di oltrepassare i confini. Comprendere vuol dire allora superare l’ambivalenza dei significati opposti e di integrarli nel simbolo. L’accesso al registro simbolico ci pone nella dimensione di non vedere più ciò che è stato, ma ci indica il modo in cui è possibile vivere e trasformare la realtà (Di Maria). La dialettica tra riconoscimento e scoperta si traduce sul piano temporale come dialettica tra passato e futuro, tra memoria e progetto. Lo straniero non può condividere il passato, ma può essere partecipe della condizione presente e soprattutto della progettualità del futuro; per questo motivo si propone la convivenza, intesa come superamento di una dimensione familistica di appartenenza e come spazio che rende possibile l’esercizio della cittadinanza. La convivenza è concepita come “componente simbolica della relazione sociale” (Carli). In uno spazio non saturo dei rispettivi codici culturali, straniero e autoctono possono finalmente “comunicare”, ossia possono confrontare le esperienze e le progettualità per realizzare il cambiamento. La polis è il luogo delle multiappartenenze, ma anche della condivisione delle incertezze e delle responsabilità.

Bibliografia

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  • — (1979), Arrangiarsi alla meno peggio, in Bion, F. (1987) (a cura di) Seminari clinici, Raffaello Cortina, Milano Bion, W. R. (1971), Esperienze nei gruppi ed altri saggi, Armando, Roma
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  • Freud, F. (1919), Il perturbante, in id., Opere Complete, vol. 9, Boringhieri, Torino
  • Kafka, F. (1945), Il castello, Mondadori, Milano
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  • Tabboni, S. (a cura di) (1990), Vicinanza e lontananza. Modelli dello straniero come categoria sociologica, Franco Angeli, Milano
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