Essere donna non è un dato naturale, ma il risultato di una storia. Non c’è un destino biologico e psicologico che definisce la donna in quanto tale. Tale destino è la conseguenza della storia della civiltà, e per ogni donna la storia della sua vita.”

cit. Simone de Beauvoir


Bridget Jones? Beh, che dire? Alla fine la curiosità la vince. I ricordi di diciottenne anche.           E quando esce in libreria l’ultimo libro della saga, non si può non comprarlo e leggerlo.  Da mettere in conto, ovviamente, la differenza di età tra il primo che hai letto e l’ultimo.

Chi è dunque Bridget? Donna in carriera che fino a quel momento era riuscita ad ottenere solo una scrivania di fronte l’ufficio del suo capo. Fu così che conoscemmo la giovane trentenne in cerca dell’amore. Scrittrice non per passione se non per dovere. Si il dovere di porre ordine nella propria vita. Problema comune di molte donne o direi di giovani trentenni di ultima generazione. Vivere una vita disordinata, un armadio di vestiti strapazzati.

Forse pensava questo Bridget quando iniziò a scrivere i suoi diari. Certo non era esattamente lei, se non le mani di Helen Fielding. Ed Helen Fielding si ritrovò invischiata in una proposta di lavoro che non aveva niente a che fare con la sua esperienza di scrittrice impegnata in progetti importanti come i rifugiati del Sudan. Il colore di una colonna del Guardian, scrivendo in forma anonima della vita da single trentenne in una Londra metropolitana dove è difficile trovare l’amore, le ha fatto più gola.

Ma voglio parlare d’altro oggi e la discordia è questa: è Bridget Jones una femminista o è la tipica donna single in cerca del principe azzurro e… basta? Molti avanzano il tema del femminismo perchè “finalmente” viene dato l’altoparlante del sesso a una donna. Perchè la donna diventa una cacciatrice, non più in attesa, ma in azione.

Ma a mio parere il concetto di vita alla Bridget è alquanto poco femminista, nel senso che alla fine della favola Bridget ottiene la spalla al suo fianco. Nei primi due diari è una trentenne senza speranza per il fatto di non avere un anello al dito e nell’ultimo, quando la nostra eroina si ritrova vedova e con due figli da accudire, il suo unico pensiero resta quello di trovare un uomo al suo fianco. Ed eccole miriadi di donne cresciute a pane e cartoni animati piene di principesse, principi e balli al castello, rinvigorirsi nella speranza. Dunque la nostra cara Bridget del femminismo indossa solo una bella maschera.

C’è un momento per tutto nella vita e non è detto che una donna al compimento del ventunesimo anno di età debba volgersi ad agnello sacrificale del focolare domestico. Si ha bisogno dell’amore si, ma non si deve per forza avere una comoda casa, auto, giardino, animale domestico e un perfetto pranzo della domenica. Bridget va contro tutto ciò, ma aspetta un pò, sono passati i ventuno e arrivati i trenta. Quindi bisogna lavorare bene alla ricerca del principe azzurro. E poi i cinquanta per non morire di vecchiaia in un letto vuoto. Certo non voglio condannare le donne in cerca dell’amore, insomma siamo fatte di carne anche noi. Ma a Bridget della sua carriera, del lavoro, dei diritti della donna in una società sempre e comunque ancora maschilista, non importa poi granchè.

Insomma non ci riesce proprio. Neanche quando viene rinchiusa in una prigione Thailandese. Il suo unico interesse è mostrare alle galeotte orientali cosa è un “wonderbra”, così giusto per alleggerire i temi come tratta di prostitute e maltrattamenti domestici. E chi se ne frega quando si può riconquistare i nostri cari uomini usando la tecnologia contro la gravità a nostro favore?

Vivo in un quartiere prettamente turco. Il novanta per cento delle donne non europee che incontro per strada ha il velo, ultimamente, sempre più spesso incontro donne con il burka integrale, qualcuna addirittura con gli occhi coperti. Penso che sia un’assurdità. Vorrei chiedere a loro se hanno mai letto i Diari di Bridget. Cosa hanno provato leggendo di donne che si annullano per un uomo, se hanno ripensato al loro matrimonio combinato o alla loro vita in perenne “zitta, muta e rassegnata”, al fatto che non combatteranno per il loro diritti sul posto di lavoro, perchè un lavoro non possono avercelo, se hanno ripensato al non poter mostrare neanche un dito con il rischio di punizioni assurde.

Cambiamo discorso che è meglio.

Un pò di speranza la nutro anche io. Spero che in questo ammasso di entertainment globalizzato ci sia qualcosa di intelligente e stimolante.

Parlando di personaggi, donne e femministe, passiamo ad un altro tipo di letteratura: la serie televisiva. Già, passiamo dalle colonne di un rinomato quotidiano ai canali di una famosa emittente americana. La protagonista stavolta è una giovane venticinquenne che si avvicina al mondo delle donne in una prospettiva del tutto nuova, non per noi, in quanto per il sistema. Arriva il cotanto atteso approccio femminista. Lena Dunham, Newyorchese, scrittrice, regista, produttrice della serie televisiva Girls. Super donna e super criticata, per motivi insulsi, come ad esempio una copertina di Vogue photoshoppata. Lena non si preoccupa di mostrare il proprio corpo obeso nudo di fronte le telecamere. Non si preoccupa di portare le sue fragilità di donna appena uscita dal college in cerca della propria stabilità economica e soprattutto di inseguire i suoi sogni: essere una scrittrice. Combatte il sistema che la rinchiude in un ufficio a scrivere per un magazine che non lascia spazio alla sua creatività e si rifiuta di seguire i suoi colleghi di lavoro, che pur di avere un posto fisso da scrittori rinunciano alla loro predisposizione artistica. Ecco di nuovo confusione tra personaggio e creatore. In realtà non parlavo di Lena Dunham se non di Hanna Horvath, protagonista di Girls. Ma la confusione è presto spiegata in quanto il personaggio è assolutamente autobiografico. Lena porta sul piccolo schermo non solo le sue inquietudini di giovane donna, ma anche le sue crisi maniaco-depressive e la rinuncia all’ “amore della sua vita” in cambio di un importante posto in un corso di scrittura creativa di una delle più importanti università americane.

Insomma un paio di riflessioni sul mondo femminista.

Certo sale un pò la vergogna a parlare di femminismo di fronte alle suddette donne col  burka o di fronte a due venticinquenni russe con cui ebbi una discussione nel cortile sotto casa durante una grigliata. A sentire questa parola rabbrividiscono al pensiero della condizione femminile nel loro Paese. Una delle due studia in una prestigiosa università di San Pietroburgo e con uno sguardo che non nasconde nè stupore nè shock nè indignazione mi rivela che nella sua università non esistono docenti donne. Che per lei non ci sarà nessuna prospettiva di carriera se vorrà restare nel suo Paese. Insomma le Pussy Riot alla fine hanno ragione no? E non solo dal punto di vista omosessuale. Ma questo è un altro discorso.

Noi giovani trentenni di oggi insomma siamo differenti e anche nella nostra società apertamente “sex par condicio” fatichiamo ancora a far capire le nostre necessità partendo dal nucleo societario più ristretto: la famiglia, o meglio la coppia. Certo adesso abbiamo più libertà: possiamo portare il pane in tavola anche noi e non è detto dobbiamo poi anche condirlo, pulire le briciole e il muso ai nostri maritini. Siamo viaggiatrici. Seguiamo i nostri sogni e prendiamo decisioni non in base all’uomo che abbiamo accanto. Non vogliamo essere seguite e non seguiamo. Siamo indipendenti insomma. Certo abbiamo ancora ideali romantici, vogliamo figli e una famiglia. Ma non ci piace nè dettare condizioni nè essere condizionate. Insomma cerchiamo un equilibrio, una stabilità sentimentale, che non dipinge più lo scontato quadretto alla Mulino Bianco.

Alle giovani donne di oggi consiglio di evitare come la peste Bridget Jones e surrogati vari, di preferire Grazia Deledda, Dacia Maraini, Sibilla Aleramo, Doris Lessing, Virginia Woolf, Simone de Beauvoir.